Soluzioni al quiz di ieri

A: L’organizzazione sindacale non deve basarsi sul criterio dell’irriducibile contrasto di interessi tra industriale ed operai, ma ispirarsi alla necessità di stringere sempre più cordiali rapporti tra i singoli datori di lavoro e lavoratori, e fra le loro organizzazioni sindacali

B: Non è possibile gettare le basi del domani continuando a pensare che ci sia una lotta tra “capitale” e “lavoro”, tra “padroni” e “operai”. Se l’Italia non riesce ad abbandonare questo modello di pensiero, non risolveremo mai niente.

C: Con la globalizzazione è finito il conflitto tra capitale e lavoro.

D: Pensiamo che sia finita la lotta di classe.

E: La lotta di classe è una favola.

Ecco le risposte corrette:

A: Patto di Palazzo Chigi tra Confindustria e Confederazione generale delle corporazioni fasciste, Roma, 21 dicembre 1923

B: S. Marchionne: Discorso al Meeting di CL di Rimini, 26 agosto 2010

C: G. Tremonti: Levico (TN), Dichiarazioni alla festa della CISL, 13 giugno 2010

D: M. Sacconi: Intervista a Il Tempo, 2 luglio 2009

E: B. Mussolini, Roma, discorso al Teatro Augusteo, 7 novembre 1921

 

Qualche parola di commento:

La vicinanza tra queste rassicurazioni circa la fine/inesistenza della lotta di classe  fa una certa impressione.

Quali insegnamenti possiamo trarne?

Intanto, due constatazioni:

  1. La presunta “modernità” di questa posizione non è affatto tale.
  2. In passato chi propugnava questa “conciliazione” tra le classi, in realtà aveva una posizione tutt’altro che neutrale rispetto ad esse: basti pensare alle camere del lavoro devastate dai fascisti dopo il discorso del 1921 e ai tagli ai salari operati dal regime fascista dopo il Patto di Palazzo Chigi del 1923.

Aggiungo qualche rapida considerazione personale:

  1. Trovo sorprendente che questo tipo di affermazioni trovino oggi così poche opposizioni. In fondo, il “conflitto” altro non è che la logica conseguenza del fatto che gli interessi dei diversi gruppi sociali sono differenti, e talvolta contrapposti tra loro. Forse la risposta consiste però in un equivoco: si intende sotto “conflitto”/“lotta di classe” solo e soltanto scioperi e manifestazioni dei lavoratori. Le cose, però, non stanno affatto così. La disdetta da parte di Federmeccanica del contratto nazionale di lavoro del 2008 è un atto di lotta di classe. Ma lo è anche la delocalizzazione di un impianto industriale in Serbia, in quanto consente di aumentare il proprio potere negoziale nei confronti dei (residui) lavoratori impiegati in Italia. Ma si potrebbe allargare il discorso: personalmente ritengo che uno dei terreni principali della lotta di classe in Italia sia stata (e sia) la politica fiscale. Chi abbia vinto su questo terreno dovrebbe essere chiaro, se pensiamo che nel 2008 l’80% del reddito dichiarato in Italia e l’85% delle tasse pagate proviene da lavoratori dipendenti e pensionati.
  2. Credo che oggi, invece di scandalizzarsi di un inesistente conflitto sociale (basta prendere le statistiche delle ore di sciopero negli ultimi venti anni per smentirne l’esistenza), sarebbe più sano preoccuparsi per la sua assenza. In effetti, credo che sia possibile dimostrare che proprio per questo motivo negli ultimi 15-20 anni le imprese italiane hanno utilizzato come prevalente leva competitiva la “flessibilità” nell’utilizzo e nella remunerazione della forza-lavoro. Con il risultato di un peggioramento della competitività a livello aziendale e di sistema. Se avessero trovato qualche vincolo in più nell’utilizzo di quella lega, sarebbero state costrette ad utilizzare in misura maggiore la leva della ricerca e innovazione tecnologica. Che è il fattore su cui il nostro ritardo è drammatico. Ma su questo vorrei tornare con qualche dato in un prossimo post.