Non poteva esserci miglior esordio. La festa dedicata al primo compleanno del Fatto si è aperta con un dibattito su mafia e antimafia. Più di mille persone immerse nel parco della Versiliana per accendere un faro là dove l’altra stampa mantiene una colpevole ombra. A parlarne i giornalisti Marco Lillo, Sandra Amurri, Antonio Massari, Lirio Abbate, il magistrato Roberto Scarpinato, Salvatore Borsellino e Marcello Ravveduto. Alla fine del dibattito, la proiezione di alcuni spezzoni del dvd Sotto scacco di Marco Lillo e Udo Gumpel che racconta 20 anni di rapporti fra mafia e politica.

Tra i punti toccati nel dibattito i trascorsi del presidente del Senato Renato Schifani, le rivelazioni di Massimo Ciancimino e dei pentiti di mafia, che rivelano gli intrecci tra Stato e anti-stato, nel delicato  passaggio dalla prima alla seconda Repubblica, con le stragi di Capaci e via d’Amelio e le bombe del ’93. Di questo la politica non parla. Ma almeno per una sera, alla festa del Fatto, questo tema, fondamentale per la democrazia del Paese, è stato centrale.

Salvatore Borsellino ha fatto riferimento alle recenti contestazioni al presidente del Senato ospite del Pd a Torino. “Nella lotta alla criminalità non ci possono essere compromessi – ha ammonito, – e i giovani che hanno fischiato, sventolando le loro agende rosse, hanno voluto ricordarlo ai leader del Pd”. In polemica con il Corriere della Sera, che l’ha definita “agendina”, Borsellino ha poi ricordato il senso di quel simbolo: l’agenda rossa, sulla quale il giudice ucciso dalla mafia annotava i suoi pensieri e le sue riflessioni più intime è stata fatta sparire dal luogo della strage in circostanze ancora tutte da chiarire.

“Sia la prima che la seconda Repubblica nascono segnate dalle stragi politico-mafiose”, ha ricordato invece Scarpinato. Il magistrato si è soffermato sul fatto che la verità di questi fatti viene conservata da poche decine di persone, le quali mantengono il segreto per mantenere il potere. Ha poi spiegato come i pochi che hanno cominciato a parlare, o che hanno manifestato l’intenzione di farlo, hanno fatto una brutta fine, raggiunti anche nelle carceri di massima sicurezza. Dunque nessuno parla anche perché sa che coloro che li possono raggiungere sono ancora più forti di chi li dovrebbe tutelare.

Sulle ultime dichiarazioni di Andreotti si è espressa con forza Sandra Amurri: “Questo Paese non ha bisogno di eroi, ma di piccoli gesti e comportamenti quotidiani che siano di esempio. Ognuno di noi deve diventare portatore di un modo di essere diversi. Umberto Ambrosoli ha raccontato che portando il suo libro in giro per l’Italia non ha incontrato un pubblico passivo, ma persone partecipi, consapevoli.

Antonio Massari invece ha rievocato il caso Trani: “Nonostante quelle conversazioni facessero tremare le vene nei polsi, alla fine nel servizio pubblico tutto è rimasto uguale a prima”. Scandali che vengono sminuiti, risucchiati nelle sabbie mobili del conformismo dell’informazione. “Molti  giornalisti di tv e carta stampata – afferma Massari – arrivano a limitarsi da soli, senza nemmeno il bisogno della telefonata o della direttiva”.