In principio era la realtà, poi venne il reality, e infine fu la volta dell’ hyper-reality. Al di là di ogni produzione televisiva, realizzato dalla natura con la solita complicità dei media per dimostrare che non sempre si lascia dominare dall’uomo.

La vicenda dei trentatré minatori cileni imprigionati a quasi settecento metri sottoterra ha assunto sin da subito i tratti di un grande spettacolo mediatico. Come era facile prevedere, del resto. Ogni minimo dettaglio, in superficie o in profondità, è oggetto di notizia, anzi di show. E di morbosa attenzione da parte del pubblico. Se volessimo lanciarci in previsioni e definizioni teoriche potremmo dire che questa vicenda probabilmente contribuirà alla nascita di una nuova forma di intrattenimento: Naturetainment? Disastertainment? Misftainment (misfortune entertainment)? Decidete voi. Qualcuno ricorda la tragedia del sommergibile russo Kursk? 118 uomini nel fondo del mare di Barents. Avrebbe potuto essere un antecedente di questo nuovo genere. In quel caso, però, l’insondabilità degli abissi non permise una cronaca dell’agonia dei poveri marinai. E un immaginario da guerra fredda avvolse tutta la storia, connotandola come l’ennesimo mistero militare. Era soltanto il 2000, il muro di Berlino era crollato da troppo poco, non c’era ancora l’Isola dei Famosi e il primo Grande Fratello sarebbe iniziato un mese dopo.

Il dramma della miniera di San José, nella regione settentrionale dell’Atacama, nel Cile del Nord, è cominciato il 5 agosto scorso, quando una frana li ha bloccati in profondità. I minatori sono riusciti a raggiungere un rifugio di emergenza, dove sono tuttora imprigionati: 50 mq circa e la temperatura che non scende sotto i 34°. La certezza che fossero ancora vivi però si è avuta solo il 22 agosto scorso, quando una sonda di circa dieci centimetri di diametro li ha raggiunti. A quel punto è stato possibile stabilire un contatto audio e video. Allora si è potuto mandare viveri, medicinali e altro ancora. E l’apparato mediatico globale è partito in tutta la sua potenza.

I network cileni ormai seguono ora dopo ora ogni minima evoluzione della storia. Approfondimenti continui sulla condizione dei pirquineros, così si chiamano i minatori della zona. Interviste a figli, mogli, fratelli, sorelle e cugini. Il quotidiano locale Chañarillo sul suo sito ha persino predisposto un sondaggio su quale dei tre piani di salvataggio A, B e C riuscirà per primo nel recupero. Nel frattempo sugli schermi, alle immagini spettrali dei volti bianchi dei minatori che emergono dalle tenebre, si alternano quelle delle famiglie in superficie che pregano, che fanno delle processioni, che si mettono a cerchio e si aiutano come in un gruppo di terapia. Rigorosamente sotto gli obiettivi dei fotografi e delle telecamere. Qualche giorno fa i famigliari hanno persino inscenato una protesta perché volevano inviare più lettere e poter parlare di più con i propri cari. Dei sotterrati si sa tutto, costantemente. Si sa se hanno mangiato e se hanno ancora fame. Chi ha il mal di denti e chi la dissenteria. Poi il commento passa a Micheal Duncan che coordina un equipe della Nasa, formata da due medici, uno psicologo e un ingegnere, proprio per far fronte alla condizione di isolamento dei trentatré, molto simile a quella degli astronauti. Duncan rasserena dicendo che verranno somministrati degli alimenti speciali per contrastare il deficit di vitamina d e dei particolari antidepressivi. Gli stessi usati nello spazio.

Il sentimento di unità patria si raccoglie nella tragedia. Se si alzano gli occhi tutt’intorno all’accampamento “Esperanza” (quale nome più azzeccato?), ci sono infatti bandiere del Cile. In fondo questo è pur sempre l’anno del bicentenario dell’indipendenza dalla dominazione spagnola.

Ad articolare il dramma collettivo nel quotidiano ci sono poi le singole storie. Una su tutte quella dell’ex calciatore della nazionale Franklin Lobos che ha fatto piangere la star del calcio Zamorano: caduto in disgrazia, dopo aver fatto il tassista, per far studiare i suoi figli adesso rischia la vita nella dannata miniera.

Contro questo grande teatro mediatico si sono fatti sentire alcuni intellettuali. Come lo scrittore cileno Hernan Rivera, figlio di minatori e minatore lui stesso per venti anni, che dalle colonne del quotidiano spagnolo El País, il 1 settembre passato, ha mostrato tutta la sua contrarietà. “Questa tragedia, deve servire a sollevare la questione della condizione di lavoro dei minatori cileni e deve servire a proporre una nuova legge che regoli questo genere di occupazioni, non ad alimentare un reality show” ed ha aggiunto “In molti mi hanno chiesto di scrivere qualcosa sui trentatré sepolti, ma la mia etica non lo permette. La mia etica è la mia estetica, e viceversa. E poi non sono così figlio di puttana da farlo”.