Interrogato su che cosa augurerebbe ad una bambina appena nata, Gad Lerner risponde: “Lech Lecha!” cioè Vattene! Esci dalla casa del Padre!”, che sono poi le primissime parole pronunciate dal Signore ad Abramo e significano “Costruisci la tua autonomia, impara a disubbidire”.

Michela Murgia, vincitrice del Premio Campiello (e a cui è stata rubata l’attenzione al suo romanzo Accabadora a causa dell’uscita miserabile di Vespa circa il décolleté della scrittrice Silvia Avallone) è della stessa opinione: “La prima parola non sia mamma o babbo. Sia invece “NO” e che per farti dire “SI” debbano darti ogni volta un buon motivo.”

Sono d’accordo. Sono però anche consapevole che sia oggi più difficile, rispetto ad anni fa, andarsene dalla casa del Padre, essere in grado di dire “NO”.
Non solo per i noti problemi pratici – dove vado se non trovo lavoro? Dove vado se ho un lavoro che mi fa guadagnare 800 euro al mese? – ma principalmente per la diffusa difficoltà a capire chi si è e quindi a formulare una volontà di futuro che corrisponda ai nostri desideri profondi. E in seguito consenta di unirsi a chi ci assomiglia.

E’ indubbiamente più difficile oggi di quanto non fosse negli anni ’70 ascoltarsi e manifestare la propria individualità quando i diktat dei media sono così imperativi nei confronti dei giovani uomini e ancor più delle giovani donne.
E’ inutile negare che esiste una misoginia pericolosa poiché mascherata da adulazione. Se guardi Striscia la Notizia e hai 15 anni, non è subito evidente che ti stanno fregando, che ti stanno mettendo in gabbia: le veline sono al centro dell’attenzione, i due vecchi presentatori sbavano per loro. E pochi insegnano ai ragazzi e alle ragazze a leggere i messaggi nascosti: “Perché le ragazze stanno in ginocchio? Mettiamo Greggio a sedere all’aria e vediamo che effetto fa?”.

“LECH LECHA!” ragazze e ragazzi. E’ l’unica possibilità, anche se durissima.

Questi padri non sapranno darvi le risposte che cercate.
Anche i padri più presentabili, quelli da cui ci si aspetterebbe rispetto e capacità maieutica, quelli borghesi, colti e apparentemente rispettosi.

C’è una rubrica su “Style”, settimanale del Corriere della Sera, storica testata a cui fa riferimento la borghesia italiana, che si chiama “La ragazza da sposare”, è in ultima pagina tutti i mesi.
Giovani donne in posa, solitamente di ottima famiglia, vengono presentate come le figurine di un catalogo.

Perché sono da sposare? Cosa vuol dire? Non era questo un concetto e un’espressione che non si usava più da decenni? Non è un modo subdolo di ingabbiarci in uno stereotipo?
Sempre su Style – non c’è fine al mio stupore – appare la rubrica “Le impossibili”, ragazze inarrivabili, da sognare.
Nel mese di settembre “l’impossibile” per i maturi lettori del Corriere, ha 16 anni, fa parte della ricca imprenditoria veneta, è bella, suona l’arpa, legge e monta a cavallo.
“Non come le sue coetanee che ascoltano Lady Gaga e passano il tempo a truccarsi”.

Veloci ragazze: Lech Lecha!

Questi padri non meritano rispetto, mandateli a quel paese.

Qualche adulto decente è rimasto che vi potrà dare una mano se volete, se vi è utile. Finché non sarete adulti. Dopo, fatene a meno.

Pare che Lech Lecha, se suddiviso, significhi anche “Vai verso te stesso”. E’ da qui che si ricomincia.

Letture consigliate “Cattive ragazze- Storia di artiste guerriere” Shake edizioni.

www.ilcorpodelledonne.net