Il salvataggio del suo gruppo industriale, un salvataggio finanziato e sostenuto dalle banche creditrici, costa a Paolo Biasi un’accusa di bancarotta. Secondo il pm di Teramo Bruno Auriemma, il presidente della Fondazione Cariverona avrebbe distratto illegalmente fondi dalla Bluterma un’azienda abruzzese già in liquidazione di cui era amministratore e azionista, per dirottarli su un’altra società di sua proprietà.Il provvedimento di fine indagini sarebbe già stato notificato a Biasi e la notizia si è appresa nella stessa giornata in cui i rappresentanti dei grandi soci di Unicredit, tra cui in prima fila la Fondazione Cariverona, si sono riuniti per discutere, tra l’altro, che cosa fare dopo la miniscalata in Borsa che ha portato il governo libico a raggiungere una quota del 7 per cento nel capitale della banca guidata da Alessandro Profumo. Proprio ieri il Fatto Quotidiano ha svelato i retroscena dell’operazione finanziaria che tra il 2009 e il 2010 ha consentito a Biasi di evitare il crack del suo gruppo di famiglia ripiegando su una più tranquilla liquidazione volontaria. Una vicenda complicata che coinvolge anche la Bluterma al centro dell’inchiesta della procura di Teramo.

Le tensioni con il vertice

In sostanza la Biasi spa, che produce caldaie e radiatori, ha accumulato oltre 100milioni di debiti con le banche dopo aver infilato una serie di bilanci in rosso culminati con i conti dell’anno scorso chiusi in perdita per 25 milioni. Per Biasi la situazione era a dir poco complicata. Ma anche i banchieri avevano suonato da tempo l’allarme rosso. A guidare il gruppo dei creditori, nel ruolo di principale finanziatore, c’era proprio l’Unicredit, di cui Biasi, attraverso la Fondazione Cariverona, è da tempo uno degli uomini forti. L’imprenditore veronese poteva quindi influenzare la gestione di una banca di cui era anche grande cliente e debitore. E in effetti più volte nel recente passato Biasi era finito in rotta di collisione con il numero uno di Unicredit, Alessandro Profumo. A partire dal 2008 proprio Unicredit ha dato via libera a due diversi piani di salvataggio della Biasi spa. Ilprimo, infatti, si è ben presto rivelato insufficiente e quest’anno l’azienda ha infine alzato bandiera bianca salvandosi con la liquidazione in bonis. La vicenda della Bluterma di Colonnella, in provincia di Teramo, finita nel mirino della magistratura, si inserisce nel tortuoso percorso del primo piano di salvataggio del gruppo. La Bluterma, 100 dipendenti, era andata in fallimento nel maggio 2008 e subito dopo il crack la terna dei curatori nominati dal tribunale (Fabrizio Acronzio, Andrea Lucchese, Fabrizio Menaguale) è partita all’attacco del socio di controllo, cioè Biasi e famiglia, con una doppia azione revocatoria. In sintesi veniva chiesto ai giudici di annulare due operazioni che avevano fruttato oltre 15 milioni di euro alla Biasi spa ai danni della Bluterma.

L’aiuto del creditore

La holding del gruppo veronese aveva rilevato per 9,5 milioni lo stabilimento della propria consociata abruzzese. E altri 5,5 milioni erano passati dalle casse della Bluterma a quelle della Biasi spa in un’operazione all’epoca definita di cash pooling, cioè di gestione comune della liquidità di gruppo sotto la direzione della holding.La causa civile in tribunale si era infine risolta con una transazione. I curatori si erano accontentati di 1,6 milioni a saldo delle loro pretese. A quanto sembra, però, il pm Auriemma è convinto che almeno una delle due operazioni contestate abbia finito per danneggiare l’attivo fallimentare. Secondo indiscrezioni, infatti, l’inchiesta penale riguarderebbe solo l’operazione di cash pooling. L’ipotesi del magistrato è che la gestione comune della cassa sia di fatto servita a sfilare risorse dal bilancio della controllata in difficoltà per dirottarle verso la capogruppo con base a Verona.

Niente da fare, comunque. I giochi di sponda finanziari tra le varie province del gruppo sono riusciti solo a ritardare l’affondamento del gruppo guidato dal presidente di Cariverona. Già a metà del 2008 la Biasi spa non aveva rispettato alcuni parametri finanziari messi a condizione del prestito di 21 milioni concesso da Unicredit. Ma invece di chiedere il rimborso immediato del finanziamento, la banca di Profumo ha di nuovo allargato i cordoni della borsa con un altro fido di 20 milioni che avrebbe dovuto sostenere il rilancio dell’azienda. Un rilancio sul filo del rasoio se è vero che i revisori della Deloitte avevano   rifiutato la certificazione dei conti 2008 per la “presenza di molteplici significative incertezze” riguardo la “continuazione dell’attività aziendale”. E infatti a giugno di quest’anno la Biasi è arrivata al capolinea della liquidazione. Una soluzione soft, con tanto di rete di protezione a cura delle banche, che per rientrare in parte dei loro crediti dovranno attendere la liquidazione del patrimonio immobiliare del gruppo, valutato circa 60 milioni.

di Vittorio Malagutti

Da Il Fatto Quotidiano del 9 settembre 2010