Fossi Bonanni, prenderei molto sul serio l’episodio di contestazione – senza dubbio inammissibile e in rottura con la pratica democratica e non violenta del movimento operaio – subìto alla festa nazionale del PD. Grandi dirigenti sindacali come Lama all’Università di Roma o Trentin alle prese con il lancio di bulloni nella piazza di Torino reagirono nell’immediato non defilandosi, ma reggendo dall’alto della loro statura morale la drammaticità del confronto. Non si fermarono, però ai fatti e, in seguito, si misero a riflettere sugli elementi di crisi che si aprivano tra la rappresentanza generale del loro sindacato e le esigenze che quegli studenti e quegli operai pretendevano, contestando, di portare all’attenzione del Paese. L’uno e l’altro credevano nella democrazia e nell’autonomia del movimento che guidavano e sapevano che l’unità necessaria aveva bisogno del confronto con tutti, fossero anche i contestatori più irriducibili.

Il contrario di quanto pensa Bonanni, attore di primo piano della rottura sindacale di fronte al pugno di ferro della Fiat e sponda cosciente della deriva che spinge la nostra classe dirigente a sostenere che alla competizione globale si possono sacrificare i diritti dei lavoratori.

Al culmine di una fase ventennale in cui i salari hanno perso 130 miliardi di euro a vantaggio dei redditi da capitale, la diffusione del precariato ha consentito, nei fatti, mano libera degli imprenditori sulla manodopera assunta. Ne sono un esempio i “campioni nostrani” della competizione globale – Marchionne, Marcegaglia e Sacconi in primis – che non trovano di meglio della disdetta del contratto dei metalmeccanici e della demonizzazione della FIOM, il sindacato che democraticamente vorrebbe che fossero i lavoratori a decidere le proprie condizioni, liberamente e non sotto ricatto.

Mi chiedo: Bonanni, che si fa complice di un ricatto, non si pone il problema di una sua difficile presentabilità in un dibattito pubblico non presidiato dalle forze dell’ordine? E ancora: Enrico Letta, sponsor “leggero” della linea Marchionne, che lancia, comprensibilmente, parole durissime sulla contestazione, come può contemporaneamente tacere sul fatto mostruoso di una disdetta che riguarda un milione di lavoratori e che lui non esiterebbe a bollare, se fosse riferita a un qualsiasi contratto di affitto?

Si provi, in questa Italia diventata così violenta nei suoi gruppi dirigenti verso i diritti dei lavoratori, a disdettare impunemente un contratto con una banca o con una società immobiliare! Ma la grancassa è irrefrenabile.

Dario Di Vico sul Corriere si chiede quanto i dirigenti FIOM siano dannosi in una società della competizione e auspica che l’arrivo della Camusso riporti la CGIL sulla retta via. Pietro Ichino compare al TG1 auspicando che nel maggior sindacato italiano vinca la linea della modernità (?!). Uno sconosciuto presidente di Federmeccanica assicura che la sua idea di far saltare unilateralmente il contratto è ispirata dall’interesse del Paese e non dal timore di perdere le quote versate dalla FIAT alla sua associazione.

Nessuno che dica che un milione di lavoratori ha approvato liberamente quel contratto, dopo assemblee, manifestazioni e scioperi pagati con ritenute sulle magre buste paga. Ripeto: fossi Bonanni, rifletterei su una contestazione che è spia di un malessere ben più vasto e cercherei di capire che solo i miei rappresentati, lavoratrici e lavoratori che faticano duramente notte e giorno, sono i veri detentori della popolarità, del mio successo e di un consenso che batte qualsiasi protesta. Questi semplici operai, ai quali oggi è stata tolta la parola, e non i “potenti” di una politica in crisi e di un’economia che non prospetta futuro. Questo facevano i Lama e i Trentin ed anche i dirigenti CISL che ho conosciuto nella mia lunga esperienza sindacale. Questo mi piacerebbe che fosse l’aspetto non irrilevante che i protagonisti contestati a Torino provassero a esplorare.