Nei film non ci sono tempi morti. La vita è piena di tempi morti.

(dal film Radiofreccia)

Che cosa distingue la storia che un amico ci racconta in modo estemporaneo al bar da un romanzo come “Grandi speranze”, un dramma teatrale come “Amleto”, una sit-com come “Friends”, un fumetto come “Mouse” o un film come “Braveheart”?

In altre parole, che cosa distingue le narrazioni spontanee, quelle che intessiamo ogni giorno e con cui rielaboriamo la nostra vita, dalle narrazioni artefatte, ovvero quelle codificate in un genere, espresse in un media e remunerate economicamente come un prodotto professionale?

Si tratta, in tutti i casi, di narrazioni. E se è vero ciò che abbiamo sostenuto nei post precedenti, cioè che siamo tutti narratori, allora regole e principi che agiscono all’interno del racconto dell’amico dovranno agire anche all’interno del film o della serie-tv. E viceversa.

Ma, allora, in che cosa si differenziano le une dalle altre?

Bene. Avete presente i contenuti speciali presenti nei dvd dei film o delle serie tv? Quasi sempre, troverete la dizione “scene tagliate”, cliccando sulla quale è possibile visionare scene girate per intero ma che poi non sono state incluse nella versione finale distribuita al pubblico. Per vari motivi: erano pleonastiche, dispersive, troppo lunghe al punto da rappresentare un “tempo morto”, ecc.

Ecco qui, allora, un primo importante criterio distintivo: la differenza tra le narrazioni spontanee, come quelle fatte tra amici, e le narrazioni artefatte, come quelle professionali, è l’assenza nelle seconde delle cosiddette “scene tagliate”.

La vita (e, aggiungeremo noi, la storia con cui la raccontiamo) è piena di tempi morti, diceva il protagonista del film Radiofreccia, soltanto nei film la vita è perfetta.

Con questo esempio, abbiamo introdotto un concetto fondamentale nell’ambito delle tecniche narrative, quello di “selezione formale”.

Selezione formale” significa letteralmente “selezionare secondo una forma”. Cioè, innanzitutto scartare (tagliar via) determinati elementi, stabilendo così se faranno parte o meno della nostra narrazione. Inoltre, la parola formale rimanda a un ulteriore criterio orientativo, nel senso che può indicare la preferenza per un media (cinema, teatro, televisione, ecc), un genere (dramma, commedia, thriller, ecc), uno stile (pop, realistico, lirico, ecc.) con tutte le limitazioni che queste ulteriori scelte comportano.

La presenza di una selezione formale è dunque ciò che allontana una narrazione dalla spontaneità per avvicinarla sempre di più all’artificio e, di conseguenza, all’arte.

Un rapido esempio letterario: in un suo saggio Virginia Woolf faceva notare come nei romanzi di Jane Austen, in cui abbondano innamoramenti e matrimoni, non si troverà mai la scena di un bacio al chiaro di Luna. Nel mondo narrativo di Jane Austen, dove si parla molto di amore e di doti (più di doti, che di amore, a dir la verità), il romanticismo nella sua forma convenzionale non trova posto. La Austen aveva operato appunto una “selezione formale”, compiendo scelte molto severe riguardo a ciò che poteva o meno ricevere cittadinanza nei suoi domini letterari.

Esiste un altro importante criterio oltre alla “selezione formale” che ci permette di compiere il passaggio dalle narrazioni di tutti i giorni, quelle con cui ricostruiamo i nostri vissuti personali, alle narrazioni artefatte e professionali. Ne fa menzione lo scrittore inglese Edward M. Forster coniando l’espressione “la vita nascosta”. Ma di questo parleremo la prossima volta.