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di Stefano Feltri | 7 settembre 2010

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Le scaramucce tra Tremonti e Draghi

Forse non è cominciata una nuova guerra tra Giulio Tremonti e Mario Draghi. Ma di certo c’è stato un incidente diplomatico che avrà delle conseguenze. Al convegno di Cernobbio, il ministro del Tesoro ha detto: “Dire che bisogna fare come la Germania è superficiale, è roba da bambini”. Visto che il giorno prima il governatore della Banca d’Italia aveva invitato l’Italia a seguire il  modello tedesco – rigore nei conti, investimenti sull’istruzione, salari decenti con alta produttività del lavoro – la frecciata polemica è sembrata evidente. Poi Tremonti ha smentito, “nessun attacco e nessuna allusione”. Ieri, a mente fredda, dentro Bankitalia si ragionava sul fatto che in altri tempi Tremonti non si sarebbe mai scusato, quando definiva i banchieri centrali “topi a guardia del formaggio” pensava a Draghi, e non smentiva le interpretazioni in questo senso. In via Nazionale, comunque, sono abbastanza tranquilli: fuori dall’Italia di queste polemiche non se ne accorge nessuno, l’autorità di Draghi come presidente del Financial Stability Board o come potenziale successore alla Banca centrale europea di Jean-Claude Trichet non viene scalfita. La questione, insomma, è solo nazionale.
E basta un niente a far precipitare le relazioni non solo tra Tremonti e Draghi, ma anche tra le due istituzioni (Tesoro e Banca centrale). Il Codacons, un’associazione di consumatori, ha subito approfittato del clima. La Banca d’Italia diffonde una serie di statistiche economiche e i consumatori riassumono: “L’aumento del 20 per cento dei debiti è la prova del nove che le famiglie sono al collasso”. Come dire che il Tesoro, quando dice che l’Italia sta meglio degli altri Paesi europei grazie alla solidità delle famiglie e dei loro risparmi, racconta frottole.
Un rapporto difficile tra Tesoro e Bankitalia non è solo una questione di carriere (Tremonti si considera un potenziale capo di governo post-berlusconiano, Draghi non avanza candidature ma ha il profilo per fare il leader di un esecutivo tecnico). Ci sono ricadute concrete, assicura un ex dirigente della Banca d’Italia: “Avere un ministro del Tesoro freddo o ostile rende difficile operare a un governatore”. L’esempio concreto: a fine luglio Bankitalia chiede al Tesoro l’autorizzazione a commissariare la banca di Denis Verdini, il Credito cooperativo fiorentino, per irregolarità nella gestione. Tutto fila liscio, anche perché si erano già mossi i magistrati. Ma è il tipico caso in cui un’incompatibilità personale tra Tremonti e Draghi poteva complicare parecchio le cose.
C’è anche una vittima collaterale in questa polemica: la Confindustria. Tremonti non si è reso conto che, per colpire Draghi, feriva gli industriali e il loro presidente Emma Marcegaglia. “Ci siamo sentiti dare dei bambini”, dicono dall’associazione. La linea della Marcegaglia, infatti, è chiara: la Germania è il modello da imitare, con i suoi prodotti di fascia alta (esportano le Audi, non le Panda), una certa flessibilità del lavoro e soprattutto i tetti al deficit ma anche alla pressione fiscale inseriti nella Costituzione. “Per stare nell’euro siamo tutti costretti a diventare più simili alla Germania, diventa una strada obbligata”, aveva detto il direttore generale di Confindustria Gianpaolo Galli il giorno prima che Tremonti definisse queste posizioni infantili.
Eppure, in molti notano come lo stesso ministro del Tesoro sia sempre più tedesco nei suoi interventi pubblici e interviste: politiche di bilancio sottoposte al controllo europeo,  coesione sociale come priorità, politiche di sviluppo concordate a livello comunitario, politiche industriali indirizzate all’export e sostenute dal risparmio privato. E quindi? L’interpretazione delle parole tremontiane esce dalle categorie dell’economia (e della politica) ed entra in quelle della psicologia. Ma è comunque semplice: Tremonti da tempo mal digerisce il dualismo con Draghi e ha preso  come una critica personale l’analisi del governatore che, semplicemente, riassumeva le convinzioni diffuse tra economisti e policy maker su come sostenere la ripresa. Perché, dicono gli economisti citando John Kennedy, “ormai siamo tutti berlinesi”.

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