Negli ultimi anni in molti avranno sentito parlare di slow movement, quel movimento culturale che cerca di recuperare i ritmi naturali del passato e che si declina nelle varie dimensioni della lentezza, a partire dal più noto slow food fino ai vari slow money, cittaslow, slow travel, slow parenting e così via.

Di slow music non si è ancora sentito parlare molto, ma forse è questa la chiave di lettura di un’altrimenti indecifrabile evento che si sta svolgendo da quasi dieci anni in una chiesa di Halberstadt, in Germania. Prima di tutto diamo un’occhiata a questo video apparso qualche giorno fa su YouTube e proviamo a capire cosa sta succedendo.

Decine di persone si accalcano nella chiesa intorno a uno strano strumento simile a un organo (ma dov’è la tastiera? e chi sta suonando?). Possiamo comunque sentire il suono ininterrotto di uno strano accordo dissonante. Il pubblico sembra particolarmente concentrato e si nota che molti stanno filmando l’evento. Ma qual è l’evento? Notiamo solo una signora al centro della scena, di fronte allo strumento, sorridente ma apparentemente in attesa di istruzioni da parte di un uomo con una lunga barba grigia che possiamo intravvedere sulla sinistra dello schermo. A un certo punto questo signore, con un cronometro in mano e un leggìo avanti a sé, dà un cenno di intesa alla signora. Questa inizia quindi ad armeggiare con le canne dell’organo fino a quando, ad un ulteriore e più deciso gesto del maestro, una delle canne viene estratta. Adesso possiamo notare un (minimo) cambiamento nella struttura sonora dell’accordo. Il direttore, pienamente soddisfatto, tende la mano alla signora per una calorosa stretta seguita da un abbraccio. Il pubblico applaude e sorride mentre lampeggiano i flash delle macchinette fotografiche. Sotto gli applausi sentiamo l’organo che continua a suonare il nuovo accordo.

Allora, a cosa abbiamo assistito esattamente? Bè, per quanto inusuale, questa non è altro che una performance musicale. Che dura ininterrottamente da nove anni. Ogni minuscola variazione nell’esecuzione è un evento che attira pubblico e giornalisti. Quello che abbiamo visto risale al 5 luglio scorso; il prossimo avverrà il 5 febbraio prossimo. Se qualcuno si sente ancora confuso, il titolo del brano può iniziare a chiarirci le idee: As Slow As Possible (“Più Lento Possibile”).

Il compositore è l’americano John Cage, morto nel 1992. Il brano fu composto nel 1985 ed era inizialmente pensato per pianoforte, ma nel 1987 Cage cambiò idea e propose di eseguirlo all’organo, strumento che non impone limiti di tempo nella durata delle note e che, accuratamente mantenuto, può continuare a funzionare per secoli. Nel 1997 un gruppo di musicisti iniziò allora a discutere su quale potesse effettivamente essere la performance più lenta possibile e la decisione finale cadde sulla durata di 639 anni. Iniziata nel 2001, la performance avrà fine nel 2640.

Sul sito ufficiale dedicato a questa impresa leggiamo, tra le motivazioni della performance, che “la scoperta della lentezza e il ‘piantare un albero di mele musicale’ possono essere intese come simboli di speranza per il futuro”. A me viene in mente anche il famoso koan della tradizione zen: se un albero cade nel mezzo di una foresta, e non c’è nessuno nei paraggi che senta il frastuono, si può dire che l’albero abbia effettivamente fatto rumore? Allo stesso modo, se nessuno potrà mai intellegibilmente ascoltare il brano nella sua interezza, si può dire che la performance abbia un senso? In che modo potrà funzionare un ascolto intergenerazionale?

Voi che ne pensate? Pensate che sia solo un’altra delle tante provocazioni cerebrali e spiritualmente sterili dell’arte moderna, creata solo per far parlare di sé? O ci vedete qualcosa di profondo e significativo?

Ad ogni modo, per chi di voi non volesse aspettare fino al 2640 e volesse invece ostinarsi a perseguire la distruttiva filosofia moderna del tutto-e-subito, eccovi una performance di As Slow As Possible eseguita a velocità siderali (appena quattro minuti di durata, circa 84.096.000 volte più veloce, secondo i miei calcoli). Ma sappiate che se sceglierete questa – la via della fretta – ne rimarrei profondamente deluso.
Keep on slowin’.

(Testo di Marco D’Andrea)