Venezia, la domanda oggi n Mostra è una sola: siamo nati da un terrorista? L’interrogativo scotta, e viene dal Risorgimento-fiume di Mario Martone, Noi credevamo, 3 ore e passa di film in Concorso alla Mostra di Venezia.

In quattro episodi e quasi tre ore e mezza, sullo schermo scorrono le pagine oscure del processo risorgimentale per l’Unità d’Italia, attraverso le storie di tre ragazzi del sud, Domenico (Luigi Lo Cascio), Angelo (Valerio Binasco) e Salvatore (Luigi Pisani), che, in seguito alla repressione borbonica dei moti del 1828, si affilieranno alla Giovine Italia di Giuseppe Mazzini (Toni Servillo). Cospiratori e rivoluzionari, sospesi tra rigore morale e pulsione omicida, sacrificio e paura, carcere e clandestinità, idealismo e disillusione, i tre ragazzi incroceranno le proprie sorti a quelle dei padri della patria, tra cui appunto Mazzini.

Martone dice di aver pensato al film dopo l’11 settembre, e una delle motivazioni è presto detta: “Se non c’è una sola parola di Mazzini nel film che non derivi dai suoi scritti, il suo aspetto terroristico, perché così veniva definito dalle polizie di tutta Europa ma anche da Marx ed Engels, non è un’invenzione mia né di Giancarlo De Cataldo (cosceneggiatore), ma appartiene alla storia”.

E il regista napoletano precisa: “Naturalmente, Mazzini è un personaggio immenso, lungi da me l’idea di ridurlo solo a terrorista. E’ stato un uomo che ha saputo immaginare l’Italia unita in anni in cui era inconcepibile. Certo, la lotta così lunga, l’ostinazione per il credo repubblicano, una forma di mistica religiosa nella forma della lotta, è innegabile”. Al netto del giudizio sul film, che qui non c’azzecca, che ne pensate, la nostra nascita della nazione fu guidata, tra gli altri, da “un terrorista”?