di Marcello Ravveduto

Castellamare di Stabia, febbraio 2009. Il consigliere comunale del Partito democratico Luigi Tommasino viene assassinato in pieno centro cittadino mentre è alla guida della sua auto. Una gragnola di proiettili calibro 9 gli perfora la testa, il petto e le braccia. I giornali scrivono: «Un agguato in stile camorristico».

Pollica settembre 2010. Il sindaco “civico”, già Pd, viene trovato morto in una stradina dietro la sua abitazione. Il corpo è stato crivellato di colpi di pistola mentre è alla guida della sua auto. La stampa sottolinea: «…in un agguato stile camorra» .

Il giorno dopo l’omicidio Tommasino il procuratore capo della Repubblica di Torre Annunziata, Diego Marmo, dichiara che la vittima «era un uomo incensurato, senza macchia». Il giorno dopo (oggi) dopo l’omicidio Vassallo il procuratore capo della Repubblica di Vallo della Lucania rilascia un commento: «Hanno ucciso una speranza per il Cilento. Era un simbolo di legalità. Chi lo ha ucciso ha voluto colpire chi si opponeva all’illegalità».

Le similitudini finiscono qui. Due mesi fa, infatti, nell’ambito di un’operazione antimafia, si scopre una sconcertante «palude dell’illegalità» dove politica, impresa e camorra rappresentano un unico inscindibile amalgama. Scrostata la fanghiglia paludosa si scopre che Tommasino ricopre il ruolo di intermediatore “istituzionale” assicurando buoni affari ad imprenditori e camorristi interessati agli appalti della pubblica amministrazione.

Sgombro il campo immediatamente da una possibile malevola interpretazione: la similitudine tra i due casi non vuole assolutamente gettare un’ombra sull’omicidio Vassallo. Troppo diversi sono i contesti in cui è maturata l’azione criminale, differenti sono i protagonisti e soprattutto è ancora presto per conoscere quali sono le reali motivazioni che hanno spinto a compiere un clamoroso delitto. Clamoroso perché Pollica è un comune bandiera blu, meta turistica di moltissime personalità del mondo della cultura, dei media, dello spettacolo e della politica. Tutti, in qualche modo, hanno avuto modo di conoscere e stringere almeno un volta la mano al “sindaco-pescatore” (così chiamato per la sua impresa ittica).

Ciò che, invece, intendo manifestare con lo specchio delle similitudini è un certo “conformismo mediatico” che non solo tende ad etichettare alcuni episodi criminali secondo stereotipi da romanzo noir, ma addirittura orienta l’opinione pubblica verso un soluzione preconfezionata. Quale prova abbiamo che dietro questo omicidio ci sia la camorra? Basta la sola ricostruzione della scena del delitto per attribuire la matrice camorristica? Essere contro l’illegalità diffusa, contro l’abusivismo edilizio e commerciale, contro le malversazioni amministrative credo siano doveri istituzionali del sindaco. Il paradosso che questi doveri diventano qualità quando si è abituati a pensare che chi governa non agisce in favore del bene comune.

Il Cilento, per quanto paradisiaco, non è immune da spire criminali, basterebbe ricordare la storia di Castelsandra a S. Marco di Castellabate (pochi chilometri a nord di Pollica). L’hotel, confiscato nel 1992, apparteneva ad una società che rientrava nell’orbita del clan Nuvoletta di Marano (affiliati ai “corleonesi” di Toto Riina).

Questo vuol dire che, oltre la solita definizione di «agguato in stile camorristico», tutti abbiamo il dovere di comprendere meglio e porre, al di là del pregevole lavoro della magistratura, alcune domande: l’omicidio è attribuibile alla camorra? Se è camorra quale clan può aver voluto la morte, simbolica e clamorosa, di un sindaco conosciuto in tutta Italia? Quale ruolo può aver giocato il suo mandato istituzionale nella scelta dell’esecuzione criminale? Quali affari ruotavano introno alla figura del sindaco come imprenditore? Perché colpirlo proprio adesso dopo aver manifestato pubblicamente (con un’intervista ad un quotidiano) la volontà di gestire autonomamente il porto di Acciaroli?

Ciò che più mi lascia perplesso è la corsa ad avvalorare la tesi dell’omicidio di camorra. Boss ed affiliati sono consapevoli che uccidere un sindaco significa colpire lo Stato la cui risposta, necessariamente, sarà un aumento dell’azione repressiva. Seppure le modalità non lasciano dubbi, bisognerebbe volgere lo sguardo all’economia del territorio.

Domandiamoci, perciò, se l’apparente simbolismo camorristico nasconda un viluppo di questioni (amministrative, ambientali, economiche e sociali) che possono aver spinto qualcuno (non necessariamente un camorrista) ad assassinare il sindaco, la cui concreta determinazione, in ogni caso, era diventata un ostacolo insormontabile.