Il discorso del presidente della Camera a Mirabello non ha certamente deluso le attese di chi attendeva un cambiamento della politica italiana. Attacchi dosati, mirati e diretti a Silvio Berlusconi; sberleffo ai “colonnelli” di An, desiderosi di stare al caldo e con la pancia piena; aperture mirate all’opposizione, un repertorio ampio di chi ha deciso di staccarsi politicamente dal berlusconismo e di veleggiare verso altri lidi che però non sono ancora del tutto identificati e, anzi, sono tributari di una cultura antica.

Prescindiamo dalla doverosa critica mossa a Fini da parte di chi ricorda che tutto quello che a Mirabello è stato minuziosamente elencato – “il partito padronale”, l’impunità spacciata per garantismo, il conflitto di interessi – era chiaramente visibile già nel 1994 quando lo stesso Fini fu invece “sdoganato” dal Cavaliere e fatto entrare nella politica di governo e di potere. Quello che ci interessa sottolineare è il paradosso di una parabola politica che nel momento stesso in cui si compie definitivamente e finalmente riesce a scavalcare verso il centro sia Berlusconi che la Lega, paradossalmente, appunto, recupera lo spirito e una parte dell’identità del vecchio Msi sia pure in chiave moderna e de-fascistizzata.

Lo scavalcamento al centro di Berlusconi è un obiettivo che Fini si è dato già dalla fine degli anni 90 quando alle elezioni europee del ’99 aveva costituito con Mariotto Segni la lista dell’Elefantino che però prese meno voti di quanti ne avesse An. Era, quella, l’idea di costruire una forza politica chiaramente europeizzata, conservatrice e di stampo democratico-liberale, caratteristiche che ancora An non aveva e che la stessa Forza Italia non ha mai conosciuto davvero. In tutti i sedici anni di alleanza con Berlusconi, Fini ha avuto sempre in mente l’idea di togliersi dal bordo destro del campo e di non essere più rappresentato o etichettato come l’estrema destra del centrodestra, sapendo che in quella collocazione non avrebbe mai potuto puntare alla leadership dell’alleanza e che avrebbe sempre avuto scarse capacità di manovra.

In questa legislatura lo “scavalco” è riuscito: Fini ha beneficiato dei numeroso strappi realizzati, in particolare quello sul “fascismo male assoluto” conseguente alla visita a Gerusalemme. Ma ha “beneficiato” anche della progressiva radicalizzazione del centrodestra, con Bossi e Berlusconi che si sono sempre più spostati su posizioni estreme, in particolare in tema di immigrazione, posizioni da cui Fini si è sempre accortamente distanziato. Oggi nessuno ha più dubbi nel ritenere che la posizione più radicale del centrodestra sia quella della Lega e di una parte del Pdl e Fini può far sedere il suo gruppo parlamentare finalmente al centro, accanto all’Udc di Casini e all’Api di Rutelli.

All’obiettivo finalmente raggiunto, però, Fini non riesce a portare tutta An, nel frattempo sacrificata al Pdl. Ci porta una porzione ristretta del vecchio partito e in qualche modo, con il discorso di Mirabello, fa rinascere su nuove basi, con un nuovo volto e con nuove ipotesi politiche il vecchio Msi. Anche simbolicamente, il luogo prescelto per la rinascita è quello in cui il partito di Almirante teneva la sua festa nazionale e il richiamo al vecchio leader ha marcato l’avvio del discorso di Mirabello. Ma è soprattutto nei contenuti che Fini non ha potuto che riprendere una parte della vecchia identità: l’etica del dovere, il senso della Patria, una propensione sociale improntata alla giustizia e all’equità, il tributo alla magistratura, il partito degli onesti. Ovviamente, il Msi non può resuscitare soprattutto nella sua identità fondamentale, quella fascista. Nella piazza di Mirabello c’erano degli ex fascisti ma, appunto, solo ex. Non c’era spazio per nostalgie o riti celebrativi. Ma alla cultura politica di quel partito Fini ha dovuto attingere soprattutto per motivare un’impresa che oggi appare molto difficile e che ha bisogno di uno spirito “idealistico” basato sulla supremazia delle «idee» e dei «valori» – sull’importanza dell’Italia perbene, sulle “mani pulite”, sull’etica «trasmessa dal padre al figlio». Moneta scaduta nelle stanze del Pdl, anzi mai coniata dal berlusconismo. Guardando la piazza di Mirabello sembrava di rivedere le manifestazioni del Msi che solidarizzavano con Mani pulite agli inizi degli anni 90, che accusavano di corruzione la Dc che guardano di traverso la discesa in campo del Cavaliere anche se poi l’opportunità politica avrebbe consigliato altre scelte. Non a caso gli applausi più forti sono stati tutti per i passaggi più antiberlusconiani. Un pezzo della destra italiana si è così riportata a prima del 1994, a prima della discesa in campo, riprendendo un cammino che al momento è certamente ignoto.

Rispetto ad allora, Futuro e libertà è certamente più liberale, più europeista, totalmente interna al quadro politico e senza alcun legame con il passato fascista. Ma per quanto riguarda il programma politico, l’idea economica centrale lanciata ieri da Fini – «l’alleanza tra Capitale e Lavoro negli Stati generali del lavoro» – è ripresa direttamente dalle Corporazioni di mussoliniana memoria; lo spirito “nazionale”, l’attenzione sociale, l’idea di Patria, la “comunità” avanti a tutto, vengono dal bagaglio di quel movimento politico. E non è un caso se gli “ideologhi” di Futuro e Libertà – dalla direttrice del Secolo Flavia Perina al direttore di FareFuturo, Alessandro Campi – siano esponenti di spicco di quella storia così come gran parte del gruppo di finiani doc (Granata, Bocchino, Briguglio ma anche quelli più “moderati” come Moffa o Menia). La destra italiana nel momento in cui deve liberarsi da Berlusconi non può non riandare alla propria storia e identità, logica conseguenza di un paese in cui la destra non ha mai saputo emanciparsi davvero dalle stigmate culturali del fascismo. Fini non è più fascista e nemmeno Futuro e Libertà lo è, anzi il suo futuro va in tutt’altra direzione. Una cultura davvero nuova e una nuova visione del mondo devono però essere ancora forgiate.