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Cronaca | di Davide Milosa | 6 settembre 2010

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Lascia il superpoliziotto che per trent’anni
ha combattutto la ‘ndrangheta al nord

Carmine Gallo, 52 anni di Napoli, da domani siederà dietro la scrivania di un commissariato di periferia. Investigatore apprezzato a livello internazionale, ha indagato anche sulle strage di Duisburg e sulle faida di Crotone

La ‘ndrangheta che mette sotto assedio Milano da oggi si sente un po’ più sicura. Meno isolata. Più impunita. I padrini festeggiano. Il loro è un brindisi lungo migliaia di chilometri che echeggia dalle guglie del Duomo fino a Reggio Calabria. Sì perché al primo piano della Squadra mobile è successo qualcosa. Un uomo ha lasciato la sua scrivania. Lo ha fatto a malincuore con un nodo in gola. Ma ha dovuto e voluto farlo. Se ne è andato senza rumore e con classe. Portandosi via quella sua faccia da joker, quei suoi modi composti, una conoscenza sterminata sulla mafia al nord e moltissimi segreti chiusi in trenta scatoloni di documenti. Un superpoliziotto che ha nome e cognome: Carmine Gallo, 52 anni, napoletano atipico, timido e discreto nei rapporti personali, tosto e preparato nelle inchieste. Uno capace di stanare mafiosi di rango e di risolvere omicidi difficili come quello di Maurizio Gucci e Maria Teresa Procacci. Gallo oggi lascia la Squadra mobile con quaranta encomi sulle spalle e da domani si siederà dietro la scrivania di un commissariato di periferia. A Rho nel cuore di Expo 2015, l’ultima golosa torta delle cosche.

La mafia, però, non c’entra. La sua è una scelta di vita. Per stare vicino alla famiglia, alla sua bimba. Ma anche per dare serenità a quel figlio che lavora come ispettore alla Squadra mobile, sezione narcotici. Una serenità che Carmine Gallo ha perso dopo che nell’ottobre 2008 la procura di Venezia lo ha indagato per traffico internazionale di droga. Uno strano inciampo (ancora tutto da dimostrare da parte dell’accusa) che ha creato qualche malumore tra gli uffici di via Fatebenefratelli. Nonostante trent’anni di servizio, condivisi con grandi investigatori come Francesco Messina e Massimo Mazza, qualcuno si è permesso di instillare il dubbio. Non le istituzioni che hanno tutelato un uomo e un poliziotto perbene. Tantomeno quel figlio che pochi giorni fa al padre ha regalato una targa: “Tu mi hai dato sicurezza – si legge – , forza e dignità. Mi hai insegnato l’onestà, il perdono e l’umiltà. Spero di non deluderti mai”.

Superpoliziotto e assieme sbirro da strada, referente italiano per la polizia tedesca che il 15 luglio 2007 ha scoperto il terrorismo dei clan con la strage di Duisburg e allo stesso tempo unico depositario degli intrecci mafiosi sotto la Madonnina. Soprattutto questo è Carmine Gallo. Un segugio d’elite, maniacale nelle indagini a tal punto da mandare a memoria volti e profili dei boss. Quegli stessi padrini che fu l’unico a riconoscere ai tavoli di un brutto bar nell’hinterland milanese. Era il marzo 1988. Il primo ad arrivare fu Giuseppe Morabito, u tiradrittu, gran maestro delle cosche di Africo. Toccò poi ad Antonio Pelle, detto gambazza, il principe nero di San Luca, morto d’infarto il 4 novembre 2009. Per ultimo giunse Antonio Papalia, boss di Platì, referente al nord della mafia calabrese e padrone di casa. “Non si era mai verificata una cosa del genere, un summit storico – raccontò Gallo sentito come testimone al processo sulla cosca Morabito -. Abbiamo visto tre personaggi principali delle tre maggiori organizzazioni criminali operanti in Calabria e in Lombardia, credo che sia una cosa che mai più si è verificata. Noi stavamo indagando per i sequestri di Marco Fiora e Cesare Casella. Quest’ultimo verificatosi a Pavia e nel quale erano coinvolti alcuni personaggi vicini sia ai Papalia e sia ai Pelle”.

E di sequestri Gallo ne ha seguiti e risolti oltre cento. Quello di Cesare Casella (rapito a Pavia il 18 gennaio 1988 e rilasciato il 30 gennaio 1990), ad esempio, per il quale ha passato giorni e notti per i sentieri dell’Aspromonte. O come quello dell’imprenditrice Alessandra Sgarella rapita l’11 dicembre 1997 e rilasciata in Calabria il 4 settembre 1998, dopo 266 giorni di prigionia. Anche qui lo zampino di Gallo risulta decisivo. Sarà lui, infatti, ad andare in carcere per parlare con un noto boss affinché mediasse con i rapitori.

Implacabile e leale con tutti, soprattutto con i banditi, come li chiama lui. Mai un’ombra sulle sue inchieste, sempre condotte alla luce del sole, sempre accese da quella sua feroce passione per lo Stato e la legalità. Attento a non oltrepassare la legge e disposto a fare un passo indietro quando gli indizi non erano convergenti, schiaccianti, decisivi.

E nonostante questo il suo volto aguzzo ha attraversato oltre vent’anni di mafia a Milano. I suoi occhi accesi hanno visto un romanzo criminale fatto di sangue e omicidi, tradimenti e brutte collusioni, parole incofessabili e boss abituati a comandare trasformati in collaboratori di giustizia. Gallo ha lavorato fianco a fianco con i più importanti magistrati della procura di Milano. Alberto Nobili, ad esempio, con il quale ha scoperchiato l’epopea nera della ‘ndrangheta al nord. Con lui ha condiviso notti insonni ascoltando il racconto del pentito Saverio Morabito, un killer in doppiopetto che tra i tanti fatti di sangue un giorno gli disse: “La ‘ndrangheta non dimentica, prima o poi te la faranno pagare”. Lui è andato avanti. E la sua firma oggi sta in calce a inchieste con nomi da leggenda: Sud-Nord, Wall Street, Count Down, Atto Finale. Migliaia di pagine e altretanti anni di carcere per i protagonisti di una guerra che ha sconvolto Milano, risvegliandola dal torpore di una politica collusa e colpevole. Vent’anni dopo ci risiamo di nuovo: i clan comandano, fanno affari e contrattano pacchetti di voti.

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