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Giustizia & impunità | di Redazione Il Fatto Quotidiano | 5 settembre 2010

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“Non si può arrestare un imprenditore perché non denuncia la mafia”

Secondo Maurizio Luraghi il 95% dei costruttori milanesi è sotto scacco dalle cosche

L’ultimo escavatore è bruciato l’altra notte, nel cantiere dove si lavora all’ampliamento di Fassina, una delle più importanti concessionarie d’auto di Milano, alla periferia nord della città. Qualcuno è arrivato di notte, ha disinnescato l’allarme, ha buttato benzina nella cabina e tra le ruote cingolate, ha acceso. Del mezzo, che vale circa 350 mila euro, è rimasto poco. Apparteneva alla Ls di Barbara Luraghi, figlia di Maurizio, l’imprenditore del movimento terra condannato in primo grado l’11 giugno scorso a quattro anni e sei mesi di reclusione per associazione mafiosa, insieme a diversi esponenti della famiglia Barbaro-Papalia, originaria di Platì e storicamente insediata a Buccinasco, nell’hinterland sudovest di Milano. E’ il quarto attentato che sua figlia subisce dopo aver annunciato pubblicamente, al processo, di voler rompere definitivamente con i padroncini calabresi in odore di ‘ndrangheta che lavorano a pieno ritmo nei cantieri lombardi. “A luglio la Procura di Milano ha fatto arrestare una vittima di usura che in interrogatorio non se l’era sentita di fare i nomi dei suoi strozzini”, si sfoga Maurizio Luraghi. “Lo Stato mette in galera gli imprenditori che non denunciano i mafiosi, ma quando trovano il coraggio di farlo, è in grado di proteggerli?”.
Nelle motivazioni della sentenza che lo condanna, Luraghi è descritto come un imprenditore serio, che ha subito danneggiamenti e intimidazioni, però ha dato un “contributo effettivo” al clan che aveva imposto una sorta di monopolio del movimento terra nella zona. Lui si definisce al contrario una vittima e, in attesa dei successivi gradi di giudizio, racconta la sua trentennale esperienza di lavoro a contatto con le imprese della ‘ndrangheta. E spiega che molti imprenditori lombardi potrebbero trovarsi nella sua stessa situazione: la recente inchiesta “Crimine”, infatti, è solo l’ultima conferma di un massiccio e pianificato assalto della criminalità calabrese all’economia del Nord.

La Direzione distrettuale antimafia di Milano, e in particolare la coordinatrice Ilda Boccassini, ha intimato agli imprenditori lombardi di scegliere da che parte stare, o con lo Stato o con la mafia. Non è d’accordo?
Non si può arrestare un imprenditore perché non denuncia. Bisogna mettersi nei suoi panni, io ho vissuto e continuo a vivere certe cose sulla mia pelle. I mafiosi minacciano di toccarti quello che hai di più caro: la moglie, i figli, l’attività lavorativa costruita in una vita. Fanno davvero paura.

Se nessuno denuncia, però, continueranno a farlo.
Al processo, mia figlia Barbara ha reso una testimonianza drammatica e ha gridato di voler continuare la nostra attività nell’edilizia tagliando fuori le aziende della ‘ndrangheta. Ora sul balcone di casa trova dei biglietti che l’avvertono: “Guarda che ci siamo sempre, stai attenta”. Quello andato a fuoco l’altra sera era l’ultimo escavatore della Ls. La ditta ha dei lavori da eseguire entro il mese, spero che qualche collega le noleggi dei mezzi, anche se è difficile: hanno tutti paura. Vorrei chiedere ai pm dell’antimafia che cosa dovremmo fare.

Sua figlia ha denunciato i danneggiamenti?
Certo. Le prime due volte i carabinieri non sono neppure venuti, la terza si è mossa la scientifica perché su un escavatore avevano lasciato una miccia lunga 20 metri. Per il resto ci proteggiamo da soli. Abbiamo speso 20 mila euro di tasca nostra per installare in casa un sistema di telecamere.

In trent’anni di lavoro nei più importanti cantieri della provincia di Milano, quante intimidazioni ha subito?
Ne ho denunciate una trentina, per un totale di una quarantina di mezzi danneggiati. Il primo fu nel 1981, avevo 22 anni, lavoravo al prolungamento della Metropolitana uno di Milano. Mi misero sul camion un chilo e mezzo di tritolo, dentro una latta per i pelati. Se avessi messo in moto, sarei saltato in aria. Nel 2005, per due volte sono entrati di notte nella rimessa della mia ditta, hanno messo in moto i camion e ci hanno fatto l’autoscontro.

In quest’ultimo caso, le forze dell’ordine che cosa hanno fatto quando le ha avvertite?
Mi hanno chiesto al telefono se fosse morto qualcuno, testuali parole. Non essendo morto nessuno, mi hanno detto di andare a fare la denuncia in caserma e non sono venuti neppure a fare dei rilievi. Ho subito incendi, furti, rapine, tutti episodi legati ai lavori di Buccinasco e dintorni. Ho sempre denunciato tutto, ma non è mai stato individiato neppure un colpevole. Le istituzioni, invece di difenderti, ti mettono in galera.

Lei hai mai fatto dei nomi in queste denunce?
No, mai. Primo, perché non ho mai assistito di persona agli episodi. Secondo, perché anche quando potevo immaginare chi fossero i colpevoli, avevo paura. Lo Stato che ora arresta gli imprenditori è lo stesso che ha mandato qui in soggiorno obbligato decine di mafiosi. Questi si sono ritrovati nel mercato più florido d’Italia, di fronte a imprenditori che certo non erano abituati ad andare in giro con la pistola e gli esplosivi come loro. E adesso, nel 2010, scoprono che a Milano c’è la ndrangheta, e devono essere gli imprenditori a fargli i nomi…

Per quello che lei ha visto, sono tanti gli imprenditori edili milanesi che si ritrovano ad avere a che fare con la ‘ndrangheta o con altre organizzazioni mafiose?
Credo che il 95 per cento degli imprenditori edili milanesi siano sotto scacco. Nei cantieri vedi circolare gente che a 35 anni ha macchinoni e ville, mentre io a 56 ancora devo finire di pagarmi il capannone. Trent’anni fa, i lavori della metropolitana li facevo con le stesse persone che compaiono negli atti dell’ultima grande operazione antimafia: Papalia, Molluso, Mandalari… Quanto alla Perego di Lecco, quando un lavoro interessava a lei difficilmente lo prendevi. Le stesse ditte continuano a lavorare ancora oggi, in cantieri milanesi importanti come CityLife.

Come si comportano in cantiere queste persone?
In genere si presentano in modo soft. Tu hai la commessa di uno scavo o di un riempimento, loro vengono a chiederti di lavorare con i loro camion, alla stessa cifra che prendi tu, così non guadagni niente. Se ti opponi, ti ritrovi qualche mezzo danneggiato, oppure di buttano lì una mezza frase su tuo figlio che non uscirà vivo dal cantiere. Poi a mano a mano si allargano, ti chiedono la percentuale… Fino a distruggerti l’impresa, come è successo alla mia Lavori stradali. Era arrivata a fatturare sei milioni di euro all’anno, con 40 dipendenti, aveva fatto il movimento terra per dieci parcheggi sotterranei a Milano, per il Castorama di Trezzano, per l’Esselunga di Rho… Me l’hanno spolpata e nel 2009 è fallita.

Di Mario Portanova

 

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