“Le storie non sono ciò che si vive,

ma ciò che si racconta”

Louise O. Mink

Un blog procede a singhiozzi, e l’idea di volerlo racchiudere dentro una rigida classificazione è utopica, ma per quanto mi sarà possibile tenterò di dare continuità al discorso generale sulle teorie e tecniche della narrazione.

Dunque, perché narriamo? Quale molla segreta ci spinge? Perché ogni giorno compiamo mille, inconsapevoli, atti narrativi attraverso cui tessiamo ragnatele di senso e di condivisione?

Lo facciamo per due motivi principali, come ci ricorda Jedlowsky, che raccolgono poi tutti gli altri:

  • per istituire una distanza;
  • per definire una singolarità.

Quando facciamo esperienza di qualcosa di completamente nuovo questo ci si presenta in una forma inintellegibile, anzi, spesso come qualcosa di magmatico e caotico. Per questo abbiamo bisogno di narrarlo. Perché narrarlo ci permette di distaccarci da esso e di guardarlo da un punto di vista esterno (o, a volte, di assumere un punto di vista).

Istituire una distanza significa allora prendere qualcosa di confuso e imporgli una sorta di ordine, innanzitutto imbrigliandolo in una sequenza temporale e quindi in una concatenazione logica, e poi cercando di attribuirgli un qualche significato all’interno del più vasto campo dei significati che ci sono già noti.

Definire una singolarità, invece, vuol dire essenzialmente stabilire la nostra identità. Nel raccontare una storia, che ne siamo o meno i protagonisti, definiamo sempre un senso di appartenenza. Una matrice comunitaria che si esprime col dire: io appartengo o non appartengo al mondo della storia che ti sto raccontando. C’è inoltre una sfumatura squisitamente concreta: si sta citando un caso particolare, una contingenza. Non si tratta di dissertazioni filosofiche o astratte argomentazioni scientifiche, ma si sta parlando di un io o un tu in carne e ossa, che in un dato momento, in un dato ambiente, per date ragioni ha fatto questo o quello. Stiamo raccontando di Noi, insomma, e nel farlo ci rendiamo tangibili.

Dentro queste due proprietà fondamentali della narrazione rientrano tutte le altre: quella ludica (divertire e intrattenere); quella pratica (insegnare o trasmettere tradizioni); e quella, di cui abbiamo appena parlato e parleremo ancora, simbolica.

Narrare è una forma prioritaria di mediazione simbolica, appunto perché attraverso le storie che ci raccontano e che ci raccontiamo, diamo un significato alla vita. Diamo un ordine all’esistenza, che l’esistenza di per sé non possiede. E nel far questo diveniamo capaci di adattarci meglio a essa, di dominarla, di conferirle un’aurea di coerenza. A un certo punto, poi, facciamo un salto ulteriore: quell’ordine che abbiamo imposto, quella riorganizzazione narrativa del reale che abbiamo realizzato, la mettiamo in comune. E nel metterla in comune, nello scambiarla con quella fatta da altri esseri umani, creiamo un mercato delle narrazioni dal cui andamento emerge un ordine di tipo superiore non più per così dire individuale/esistenziale bensì collettivo/sociale.

Il mercato delle narrazioni apre ogni giorno, pronto a salire o scendere come la Borsa di Wall Street, sensibile ai ragionamenti che gli forniamo o alle visioni che immettiamo in esso. In realtà, in un mondo permeato dai media di flusso televisivi, è un mercato ormai stabilizzato. Ma, almeno in teoria, una narrazione rivoluzionaria avrebbe ancora la forza di cambiare la storia di un Paese trasformando l’intero universo narrativo delle singole persone. Per alcuni studiosi stare in società, infatti, consisterebbe nella semplice pratica di mettere delle storie in comune. E’ questa costante circolazione di racconti che consentirebbe la formazione di un’identità condivisa, la sedimentazione di una memoria storica e, con essa, anche l’esercizio di una forma di controllo normativo (è inevitabile che le narrazioni più quotate alla Borsa di Wall Street finiscano con il rappresentare la norma di ciò che è giusto, buono e lecito in un certo periodo).

Narrare serve agli uomini a costruire un’intesa. Le narrazioni sono forme di transazione sociali importantissime, servono a mantenere quell’ordine fittizio che esse stesse hanno contribuito a creare, e proprio per questo intaccare/attaccare/ignorare le narrazioni di un popolo significa scardinare al fondo le sue radici identitarie. Ecco perché la qualità delle narrazioni incide così tanto sulla qualità delle nostre vite. E’ importante vigilare. E’ importante soprattutto che chi è al potere (o meglio, all’opposizione) faccia lo sforzo immane di non dimenticare, di non tacere mai, e di ricordare incessantemente le “grandi narrazioni” del passato rispetto alle “piccole storie” del presente.