Sorride Manlio Cancogni, fresco vincitore del premio letterario del ‘Pen’ di Compiano, Parma, quando gli ricordiamo che la Chiesa controlla il 20-22 per cento del patrimonio immobiliare nazionale (inchiesta de ‘Il Mondo’ di maggio 2007). Per lui, oggi gagliardo 94 enne, risultato sabato 4 settembre primo tra i cinque finalisti di uno dei più importanti agoni delle lettere, è come un tuffo nel passato: a quando nel 1955 firmò un’inchiesta sul neonato settimanale “’Espresso” dal rivoluzionario titolo “Capitale corrotta nazione infetta”. Quell’articolo aveva tolto il velo, per la prima volta, al “sacco di Roma”, uno scandalo edilizio che avrebbe in seguito convinto l’allora papa Paolo VI a cedere alcune delle società immobiliari della Chiesa al finanziere, poi bancarottiere e legato alla mafia, Michele Sindona. Si potrebbe commentare , dalla padella nella brace… Ma tant’è.

Si illuminano gli occhi a Cancogni, questo grande scrittore che con la serie di racconti raccolti intorno a “La sorpresa” (Elliot editore), con 401 punti, ha prevalso sul secondo arrivato al Pen, il sociologo-economista Luca Ricolfi, autore del saggio “Il sacco del Nord” (Guerini). Parlare con lui è come parlare a un protagonista della letteratura a partire dagli anni Trenta, con le sue prime produzioni giovanili, fuori dai temi comuni, un uomo “contro”. Cancogni osserva anche la realtà italiana dalla sua casa a Marina di Pietrasanta. Che cosa pensa di Silvio Berlusconi? La risposta potrebbe anche sorprendere: “Nonostante tutto, non riesco a odiarlo. Dividerà l’Italia in due, ma tanti italiani sono come lui”. Un commento freddo, disincantato, per chi per tanti anni ha vissuto all’estero, negli Stati Uniti, scrivendo libri e articoli per “Il Corriere della Sera” e per il “Il Giornale” di Indro Montanelli.

Negli ultimi anni i magistrati sono diventati dei primattori del quadro politico nazionale. Che ne pensa Cancogni? Anche in questo caso risponde a sorpresa: “Non mi sono simpatici”. E perché mai? “Perché giudicano”. Ma se uno commette reati, uccide,qualcuno dovrà pur giudicarlo? Cancogni allarga il sorriso. Poi spiega per quale ragione i giudici non gli vanno a genio: “Mio padre voleva che diventassi magistrato. Tutti i suoi amici lo erano. Perfino una delle mie figlie ne ha sposato uno”. Insomma, par di capire, una questione di pelle.

Il premio del Pen Club, quest’anno giunto alla ventesima edizione dopo essere “rinato” nel 1988 nella sua sezione italiana, a opera del giornalista Lucio Lami, inviato di guerra del “Giornale” diretto da Indro Montanelli, ha poi visto al secondo posto, con 290 punti, Luca Ricolfi, commentatore della “Stampa”. “Il sacco del Nord” è un’analisi che punta il dito su 50 miliardi di euro andati, senza giustificazione, alle regioni del Sud. Ricolfi, un po’per difendersi dalle accuse di cripto leghista, ha detto: “Ho raccontato le cose non come sono, ma come le ho trovate. Cioè, una mappa dell’evasione fiscale concentrata in particolar modo nelle tre regioni connotate dalla presenza della mafia, e cioè Campania, Calabria e Sicilia”. Senza però risparmiare critiche al federalismo bossiano, colpevole di rischiare una grande “lievitazione della spesa pubblica”.

Al terzo posto, “Vite pulviscolari “ (270 punti), di un notissimo poeta, Maurizio Cucchi. Come si legge nella presentazione del suo testo. “Vite pulviscolari” fotografa “il rapporto tra dati della cultura -della letteratura, della lingua, della memoria- si amplia fino a una ricerca che trae dalla scienza questioni, modelli e immagini”.

Al quarto posto, con 269 punti, “La mamma del sole” (Garzanti), romanzo di Andrea Vitali, il medico scrittore di Bellano, che continua la sua narrazione legata a personaggi del suo ambiente, quello del lago di Como.

In quinta posizione, con 255 punti, “Accabadora” (Einaudi), di Michela Murgia, la scrittrice sarda rivelatasi con la trascrizione cinematografica di un suo libro, “Tutta la vita davanti”, del regista Paolo Virzì, sul mondo dei call center. Murgia, non era presente alla premiazione del Pen Club perché, contemporaneamente, era anche finalista al premio “Campiello” di Venezia. Una scelta criticata dall’organizzazione.