di Riccardo Chiaberge | 4 settembre 2010
I talebani americani e la libertà secondo Franzen
In confronto a questi John Wayne dell’informazione, il direttore del Tg4 è un liberale illuminato e l’onorevole Borghezio un apostolo della tolleranza. Stipendiati da quello stesso Murdoch cui la strabica sinistra italiana guarda come a un messia, sono questi Rambo che da mesi stordiscono i telespettatori con una disinformatia ossessiva, facendogli credere che Obama è musulmano, o che non ha la cittadinanza statunitense, e pertanto è un inquilino abusivo che va sloggiato al più presto dalla Casa Bianca. Con ben 102 milioni di aficionados, Fox è la rete in assoluto più popolare degli States. Il talk show di O’Reilly viene seguito ogni sera da 3,3 milioni di persone, quello di Glenn Beck da 2,3 milioni, ed è in continua crescita. Poca cosa, in confronto a 300 milioni di cittadini americani, ma pur sempre il doppio o il triplo di quelli che leggono i fondi di Paul Krugman sul New York Times.
Opposizione astiosa
In un pamphlet fresco di stampa, il blogger Markos Moulitsas li definisce American Taliban: le avanguardie di un’opposizione astiosa e ostruzionistica, un partito del “tanto peggio, tanto meglio” che blocca ogni riforma e non esita a trascinare l’America e il mondo nel baratro pur di cacciare i democratici dal potere, sfruttando i tentennamenti e i passi falsi di un presidente che sta deludendo il suo elettorato. Quando il nostro premier si lamenta della campagna di stampa contro di lui, o della impossibilità di dialogare con “questa sinistra”, dovrebbe chiedere all’amico Obama cosa significa avere a che fare con “quella destra”, con i garbati orfani dell’amico Bush. O se preferisce, lo chieda al reaganiano Schwarzenegger, messo al muro dalla sua stessa maggioranza per aver osato proporre un aumento delle imposte ai californiani.
Talebani americani: il paragone può apparire iperbolico. Dopotutto i fondamentalisti evangelici non compiono attentati e non tagliano il naso alle adultere. E i neoconservatori del Tea Party sono più concentrati sulle questioni fiscali che sulle crociate contro l’aborto. Ma il primo a suggerire questo accostamento è stato proprio il responsabile della campagna repubblicana, Pete Sessions, in un’intervista all’indomani della vittoria di Obama: “Insurrezione, questa è la risposta. Dobbiamo prendere esempio dai talebani”. In effetti, Jihadisti e destra religiosa americana hanno molti punti in comune: lo stesso zelo militarista, lo stesso brutale maschilismo, lo stesso disprezzo per i diritti delle donne, l’identica feroce avversione per la scienza, la modernità, gli intellettuali e ovviamente i gay. Anche se dopo l’11 settembre non hanno smesso di rinfacciare ai democratici di fare il gioco dei terroristi (“Obama Bin-Lyin”), sono loro i migliori alleati di al Qaeda.
Un imam moderato, da sempre schierato contro i fanatici islamisti, vuole costruire un centro di preghiera e di cultura musulmana a poca distanza da Ground Zero, per promuovere il dialogo tra le fedi e isolare gli estremisti? Quelli inscenano una gazzarra forsennata: “Sarebbe un monumento ai nemici dell’America, un insulto alle vittime delle Twin Towers!”. Inutilmente il pragmatico sindaco di New York, il repubblicano Bloomberg, ricorda che la libertà di culto e di riunione è garantita dalla Costituzione. Per i talebani di Beck, solo i cristiani duri e puri hanno diritto di riunirsi e pregare.
Il nuovo, superanticipato e incensatissimo romanzo di Jonathan Franzen, Freedom (Farrar, Straus and Giroux, pagg. 562, $ 28,00), ruota proprio intorno alla ambiguità di un concetto, libertà, che nella cultura americana assume quasi dignità teologica, e che negli ultimi decenni è stato sequestrato dalla destra per legittimare la guerra al Terrore (Enduring Freedom). Un po’ come ha fatto in Italia la coalizione guidata da Berlusconi, per giustificare la guerra alla magistratura. Già, di cosa parliamo, quando parliamo di libertà? Per una parte degli americani, libertà è quella di fare quattrini, pagare meno tasse possibile, e girare armati. Per un’altra, consistente minoranza, è la libertà di usare embrioni umani per la ricerca scientifica o di sposare una persona dello stesso sesso. Per una vasta zona grigia, libertà è possedere un telecomando e poter scegliere prodotti “Cholesterol free”, “Allergy free” o “Gmo free”.
Misantropia e rabbia
Walter Berglund, l’avvocato liberal protagonista del romanzo di Franzen, dice a un certo punto: “La gente è venuta in questo Paese o per il denaro o per la libertà. Se non hai denaro, ti aggrappi ancora più furiosamente alle tue libertà. Anche se il fumo ti uccide, anche se non hai i mezzi per mantenere i tuoi figli, anche se i tuoi figli vengono ammazzati da maniaci armati di fucile. Puoi essere povero, ma l’unica cosa che nessuno ti può togliere è la libertà di rovinarti la vita nel modo che preferisci”. In un’altra pagina, è l’autore stesso a osservare: “La personalità suscettibile al sogno di una libertà illimitata è anche una personalità incline alla misantropia e alla rabbia, quando il sogno si inacidisce”. E la rabbia inacidita pare appunto il sentimento prevalente nell’America del mezzo fiasco iracheno, dello stallo afghano, dei 15 milioni di disoccupati, del ristagno demografico, dei ventenni che restano in famiglia per mancanza di futuro. E dei talebani scatenati di Fox Tv.




