Da alcuni giorni il sito del Fatto Quotidiano ha avviato una campagna per le primarie di coalizione in vista delle amministrative 2011 (iniziativa credibile perché tempestiva e legata alla scelta dei candidati sindaci). Poco dopo L’Unità ha lanciato le primarie di circoscrizione.

Il successo che entrambe le testate stanno raccogliendo conferma quanto la voglia di primarie continui a caratterizzare l’elettorato di sinistra, nonostante lo sciupìo che ne fece il loft Veltroni.

Insomma, l’elettore militante non si fida delle burocrazie di partito e vuole avere voce in capitolo nella scelta del candidato che si giocherà la partita con quello del campo avverso.

Il concetto è semplice e di facile comprensione: la concorrenza tra candidati e la partecipazione diretta dei cittadini, anche nella politica, consente di migliorare la selezione della classe dirigente.

Questa spinta dal basso rischia però di rimanere sterile in assenza di un forte legame con la riforma della legge elettorale.

Infatti, sino a quando le assemblee rappresentative si formeranno sulla base di sistemi proporzionali, la logica partitocratica – che si fonda sul proporzionale, sui finanziamenti pubblici a partiti chiusi e antidemocratici, sul controllo dell’accesso all’informazione,sulle commistioni tra potere politico, economico e finanziario- prevarrà su qualsiasi proposta di alternativa democratica e di riforma del sistema politico.

Le primarie da sole non hanno un valore salvifico.

Pensiamo all’esperienza Prodi, con primarie stravinte per poi trovarsi a non poter governare per le divisioni interne. O anche quelle di Veltroni, operazione demagogica chiusa alla partecipazione di altri (ricordate i no a Pannella e Di Pietro?).

Occorre il sistema maggioritario fondato sul collegio uninominale perché si abbia una vera riforma, che sarebbe riforma non solo elettorale ma della politica, ponendo al centro la persona (con la propria storia) e assicurando uno stretto rapporto tra eletto e territorio.

Oggi le segreterie di partito decidono le 1000 persone che siederanno in Parlamento. Se ci si limitasse a reintrodurre le preferenze all’interno di liste di partito, gli eletti sarebbero comunque espressione di cordate clientelari.

Con il Collegio Uninominale, invece, un territorio, una comunità di 100 mila persone, eleggerebbe un proprio rappresentante del quale si conoscerebbe tutto e a cui si potrà chieder conto di quanto ha fatto una volta eletto.

Egli rappresenterebbe l’intero territorio, inteso come specie animali e vegetali, come assetto idrogeologico, come risorse naturali quali il suolo, l’aria, l’acqua. Su di lui si potrebbero fare campagne di pressione anche da parte di chi non lo ha votato, e se accadrà che in quella zona sono fioriti i rifiuti tossici illegali alle elezioni successive è difficile che riprenderà i suoi voti.

Un sistema che permetterebbe una selezione della classe dirigente aperta alla società civile ed attenta ai meriti ed alle capacità. Se in quel territorio una persona ha maturato autonomamente un consenso popolare per le sue attività civiche, di volontariato o professionali, potrebbe addirittura battere i candidati imposti dai partiti.

Insomma, le primarie hanno senso se il sistema elettorale è tale per cui chi le vince si contenderà con gli avversari la rappresentanza di un collegio inteso come area geografica circoscritta. Altrimenti prevarranno, anche nelle primarie, le clientele o chi riuscirà ad avere dalla sua l’informazione di regime: 100 mila persone le puoi informare anche con i porta a porta e i volontari, se invece il collegio è grande quanto una regione la partita è persa in partenza.

Per questa Riforma che restituisca ai cittadini la libertà di scegliere i propri eletti, mettendo al centro la persona, sabato scorso è stato lanciato un appello per l’uninominale che sta ricevendo consensi tra parlamentari di  entrambi gli schieramenti oltre che tra studiosi e accademici.

La forza di questa iniziativa è quella di non essere guidata dalla necessità di scegliere un sistema elettorale che convenga all’esistenza di questo o quel partito o alla vittoria di una coalizione. Pensate a noi Radicali, di certo non ne trarremo un vantaggio partitico, anzi.

La sua forza è il consenso popolare, lo stesso che nel 1993 vide l’83% di favorevoli al referendum per l’uninominale e che ancora oggi è confermata dai veri e propri plebisciti riscontrati nei sondaggi (da ultimo, l’86% nel sondaggino di Sky Tg e il 90% in quello su Corriere.it).

È per questo che subito è partito il fuoco di fila della partitocrazia e la disinformazione del telegiornali, che anziché fornire questa notizia e dare voce ai suoi promotori e alle loro ragioni, riempiono i tg di redazioni e interviste a chi, come D’Alema, è contrario perché interessato ad altro.

Sono convinto che sia una battaglia che possa crescere e avere sbocchi politici, a condizione però che cresca nell’opinione pubblica l’adesione e la pressione.

Per sostenere l’iniziativa basta andare su www.uninominale.it

L’uninominale da solo non può fare miracoli, ma è una condizione necessaria.

La battaglia radicale sull’Anagrafe pubblica degli eletti, per rendere conoscibile online l’attività istituzionale e i dati patrimoniali di parlamentari e consiglieri, serve proprio a mettere nelle condizioni i cittadini di conoscere e giudicare chi chiede il loro voto.

Così come il superamento dell’attuale sistema di finanziamento pubblico dei partiti e dell’illegalità del sistema radiotelevisivo.

Iniziamo intanto con l’uninominale. Che dici, ci proviamo insieme?