C’è un qualche nesso che lega l’accondiscendenza supina ma non disinteressata di Berlusconi (lui minimizza parlando “folklore”) a fronte delle reiterate irrisioni della nostra dignità nazionale imposteci dal tagliagole Gheddafi, mascherato da concierge d’hotel a Las Vegas, e le dichiarazioni della ministro Gelmini (la vestale della qualità didattica che andava a Reggio Calabria per dare esami che altrove non avrebbe superato) rilasciate a un settimanale di gossip sui futuri radiosi del sistema educativo da lei definitivamente manomesso? Il nesso c’è: trattasi sempre di finzione bugiarda.

La catastrofe della politica italiana è anche stravolgimento del linguaggio politico, che ha perso ogni contatto con la realtà (oltre che con i format comunicativi della democrazia e con il patrimonio di categorie delle sue tradizioni storiche).

Propaganda e irrealtà – dunque – sono i modi con cui questa maggioranza di governo ridisegna a proprio uso e consumo il contesto in cui siamo calati, con evidenti effetti distorcenti. Modi che provengono da laboratori dove esperti della manipolazione e della fiction sono ininterrottamente al lavoro per costruire strumenti utili a tracciare una profonda cesura rispetto al discorso pubblico, quale l’avevamo conosciuto. E che rivelano la colonizzazione della politica da parte di razze aliene, provenienti da altri mondi: quella della pubblicità e quella della virtualità.

Come rivelano le tecniche messe in campo. In primo luogo la reiterazione.

Nell’advertising ciò che conta non è l’attendibilità ma il “volume di fuoco”, il tambureggiamento. In altre parole, il numero di volte con cui un messaggio viene ripetuto per farlo entrare in testa ai destinatari: la sua trasformazione in convincimento grazie alla ripetizione perentoria.

Se dico che non c’è la crisi, la prima volta posso fare imbufalire chi non riesce neppure a superare la terza settimana del mese. Ma se lo ripeto all’infinito, allora creerò un effetto che disconferma le stesse esperienze dirette e concrete delle persone, le quali si sentiranno – al limite – colpevoli di non poter avvalorare con il proprio vissuto quanto si ribadisce essere giudizio universalmente condiviso (il battage simulacro della vox populi). L’alienazione come via maestra della sottomissione, ottenuta scollegando le attitudini critiche che consentono il giudizio.

Una sorta di lavaggio del cervello che funziona alla perfezione sui soggetti più deboli, in particolare quelli esposti da meno tempo alle operazioni manipolatorie. Mentre, col tempo, avviene una sorta di assuefazione al contrario del condizionamento (chiamiamola mitriditizzazione) che ne attenua l’impatto venefico. Non a caso la pubblicità è venuta sofisticando l’impatto penetrativo perseguendo forme sempre più subliminali.

Ricordo l’ingenuità di mio nonno quando mi chiese di comprargli una certa marca di cioccolato. E quando gli chiesi perché proprio quella, la risposta fu “alla radio hanno detto che è buonissimo”: la sua mentalità pre-promopubblicitaria gli rendeva impossibile distinguere lo slogan dalla notizia. Oggi i miei figli direbbero: “lo hanno pubblicizzato alla TV? Ragione in più per non farsi infinocchiare”. Perché loro hanno maturato gli antidoti del sospetto. Il motivo per cui oggi il messaggio di orientamento al consumo deve sempre di più mimetizzarsi: quanti inviti indiretti a privilegiare un prodotto o una marca sono veicolati surrettiziamente nella trama di un film di successo…

Per questo alla propaganda di tipo promopubblicitario deve affiancarsi l’uso sfrenato del reality. Operazione facilitata dalla trasformazione del terreno in cui si svolge la partita politica: dall’agorà e dalle sedi istituzionali ai set mediatizzati. Tanto che ormai si dice che il Parlamento è stato soppiantato dai talk-show.

Ce ne stiamo rendendo drammaticamente conto scoprendo le catastrofi belliche in Medio Oriente, in una guerra promossa e propagandata stravolgendo la realtà con la sua virtualizzazione truffaldina e l’imprigionamento dell’informazione in quella condizione simpaticamente definita “embedded”.

Il numero dei morti – civili o militari che siano – ci sta piano piano risvegliando dal sonno ipnotico.

Stentiamo a farlo nello scenario fasullo della politica italiana, anche perché non si riscontrano azioni effettive di contrasto dell’immensa mistificazione.

Questo perché – in pratica – tutti gli attori all’opera sono stati condizionati dal gergo pubblicitario (notare come ormai si parli “bipartisan” della redistribuzione democratica nei termini orridi del “mettere le mani in tasca ai contribuenti”); sono un po’ tutti precipitati dentro il tubo catodico (ma c’è qualcuno che ne governa i criteri di emissione, altri si limitano a subirli).

Anche in questo caso saranno il dolore e le ferite inferte dalla crisi a risvegliarci dall’incantamento malefico. Ma il fatto probabile che la fuoriuscita dal tunnel non avverrà politicamente renderà più difficile curare quelle ferite, lenire quei dolori.