Il governo francese è tornato dalle ferie. Abbronzato, e sapendo di avere una speranza di vita pari a circa 30 giorni, forse un po’ di più, forse un po’ di meno. È già morto e si salveranno solo “i migliori” e preoccupa un po’ conoscere i criteri di valore del nostro politico-junky Nicolas viste le mosse disperate in atto durante questi ultimi mesi. Tutto concentrato sull’identità francese, la promozione del peggio della ‘grandeur’. E vabbè, Nico è sempre stato un po’ Ignace Le Russe e Robert Marron insieme (sapete bene che noi francesi dobbiamo tradurre tutto). Già dal 2005, quando paragonava la ‘racaille’ delle banlieues alla sporcizia da disincrostare. Con l’idropulitrice.

Se il punto in Francia sembra capire oggi se il primo ministro François Fillon sopravviverà o no a quel ‘rimpasto’, si parlerà comunque e sicuramente molto – per un attimo fuori dall’esagono – del french doctor Bernard Kouchner, socialista, sostenitore della Royal contro Sarkozy. Il 14 aprile 2007, poco prima delle urne, si dichiarò favorevole a una Santa Alleanza “Royal-Bayrou” (Walter assieme a Pierre Ferdinand) contro Sarkozy-Le Pen (Silviò e Humbert Bossì), sul tema “sarebbe un peccato oggi non superare il vecchio schema sinistra/destra”. Un mese dopo circa accettò di diventare ministro degli Esteri del governo Sarkozy.

Ma oggi, intorno al problemone rom che si allarga adesso ai mendicanti – chissà dove si fermerà – Kouchner si sarebbe chiesto “se non fosse il caso di dimettersi”. In francese vuol dire “magari dovrei mandare aff*** il presidente”. Ma non lo fa. Ed è già sulla lista dei ‘ministri out’ per il rimpasto in arrivo. Non sarebbe dunque un gran cambiamento al suo programma, piuttosto un’“ultima chance”. Mais non.

Nominandolo, Sarkozy aveva fatto una mossa magistrale. Forse non proprio quella di nominarlo, ma di capire che la sinistra francese disoccupata – ed eternamente orfana, chissà quanto volutamente, di Mitterrand – era forse in vendita, se non del tutto disimpegnata, addirittura libera per occupare qualsiasi poltrona, qualsiasi incarico di potere. Sarkozy infatti fu forse l’unico a capire che cosa s’intendeva per “superare i vecchi schemi” e a osare farlo.

Santo cielo. Kouchner se ne andò e fu immediatamente cacciato dal partito socialista francese (roba che neanche l’urlo di Munch…).

A un epoca in cui questo Partito Socialista si alzava come un solo uomo e lasciava la stanza quando Le Pen iniziava a parlare (la protesta silenziosa o abbandono del posto di lavoro), forse per l’imbarazzo di averlo lanciato sul mercato – giocando con le leggi elettorali –  sperando di spaccare la destra, Kouchner lui c’era. Rispondeva a tono e bene: 1000 punti.

Ma il problema non è solo che Kouchner oggi è ministro di Sarkozy. E’ che Kouchner è ancora ministro. Infatti, da quasi 4 anni. Lo rappresenta, ben più che la Francia, visto l’andazzo istituzionale. Sapete di cosa parlo, credo.

Nel museo degli atipici possibilmente vincenti Kouchner non è stato il primo. Alla fine degli anni 80 avevamo in Francia un campione di tutte le categorie. Sarebbe oggi presidente o premier se non l’avessero “ammazzato” in fretta. Era un po’ tutto e tutto insieme. Un po’ Silviò Berluscon un po’ Flaviò Carbon, daje. Voleva essere sindaco di Marsiglia (poi premier e infine imperatore). Essere il nuovo Gaston Deferre, lo storico sindaco-padrino marsigliese, una sorta di Tito, l’unico in grado di tenere in mano il Paese Marsiglia. Per questo Tapie, anche lui, aveva comprato la squadra di calcio. Ricorderete qualche Milan-OM, derby tra potentissimi. Uno ha fatto poi carcere e teatro, l’altro è diventato premier.

Kouchner era l’anti-tycoon, il french doctor che salvava bimbi e portava sacchi di riso con sfondo da urlo che neanche National geographic. Médecins sans frontières, Médecins du Monde, ministro della Sanità e dell’azione umanitaria, inviato speciale dell’ONU nel Kosovo post-guerra, solidarietà. Era stato tutto abbastanza impeccabile fino a Sarkozy. Arrivò un anno fa pure un libro a lui dedicato, “Il mondo secondo K(abbiamo un K anche noi, ma piuttosto ‘k’, con l’iniziale minuscola) del giornalista Pierre Pean. E l’accusa di un business africano, di un conflitto d’interessi. E vabbè, anche se fosse, chi è che non lo fa in Francia il business africano?

Next. Chissà che cosa accadrà adesso al “petit k” francese. Forse è meglio che ti tocchi, Bernard.

Om