“Ho lasciato parlare quella ragazza a lungo. Raccontava tutto con freddezza: le botte, gli stupri, le torture dei carovanieri. L’unica lacrima le è uscita quando ho chiesto come mai avesse deciso di dirmi tutto. Ha risposto che non voleva succedesse la stessa cosa a un’altra come lei, a una ragazza che scappa dall’inferno e si ritrova buttata dentro a un container, seviziata, rispedita indietro come una merce indesiderata”.
Andrea Segre sa bene cosa succede ogni giorno in Libia. Ha realizzato un documentario che ricostruisce tutti i passaggi del calvario cui sono sottoposti gli immigrati quando dal cuore dell’Africa tentano di aggrapparsi all’Europa. La meta del sogno è Bengasi, sul golfo della Sirte: da lì si vede Lampedusa, un futuro di lavoro, la vita che si potrebbe fare da normali esseri umani, proprio Come un uomo sulla Terra.
“Così si chiama il mio film in cui dieci immigrati raccontano la storia vista dall’altra parte – spiega Segre –. Il deserto, i soldi che non bastano mai, un ciclo di violenza senza fine. Perché nel 2003 Berlusconi strinse la mano a Gheddafi decidendo la vita dei 40 mila migranti che ogni anno passano dalla Repubblica libica: finanziamenti all’ex colonia in cambio del lavoro sporco, bloccare quei disperati ad ogni costo. Nel 2009 l’accordo è diventato operativo e funziona: a Lampedusa non arriva più nessuno, l’Italia investe sullo sviluppo industriale della Libia mentre le aziende italiane fanno un sacco di affari. Perfetto, se non fosse che ci vanno di mezzo persone in carne e ossa”.
A decine di migliaia vengono catturati, detenuti in veri e propri lager, infine rispediti verso sud ammassati dentro container. Chi si ammala o protesta viene abbandonato nel deserto, un corpo presto sepolto dalla sabbia e dalle ruote dei tir.
“L’accordo non va tanto per il sottile, l’importante è il risultato – sottolinea il regista –. Negli accordi non ci sono clausole di controllo qualità. Non è previsto che l’Italia, in cambio di 5 miliardi di euro, possa verificare come avvengono i respingimenti, quale personale sia impiegato e con quali protocolli. Per questo l’Europa non può prender parte agli accordi, mancano i livelli minimi di decenza”.
Andrea Segre dopodomani sarà al Festival di Venezia con un altro lavoro, Il sangue verde: come dire l’altra faccia della medaglia. “Ho documentato la situazione di Rosarno, cioè il sistema di controllo mafioso che si serve degli immigrati per dominare meglio il territorio – riprende l’autore –. Li fanno lavorare, li sfruttano come bestie, e poi riversano su di loro la paura sociale, l’insoddisfazione per una situazione economica sempre più critica. Una dinamica elementare, colpevolmente ignorata dallo Stato italiano. I sindaci della zona lo hanno segnalato a tutti, destra e sinistra: qui bisogna riprendere in mano la situazione. Invece la logica è mantenere gli equilibri di potere, delimitare all’ambito della paura l’identità dell’immigrazione come comoda valvola di sfogo sociale. E semmai mettere un tappo al flusso eccessivo degli ingressi. Così nulla cambierà”.
E il Colonnello potrà continuare ad abbracciare il Cavaliere tra ali di giovani ragazze e cavalli bardati. “Questo è l’aspetto più tragico – chiude Segre –. L’immagine di quei due uomini anziani che si fingono eterni a forza di cerone e lifting è un quadro di regime che fa davvero impressione. Quei due vecchi vogliono illudere il mondo sulla loro potenza, imponendo una dogmatica versione dei fatti. Sembrerà strano, ma i migranti me lo chiedono spesso: voi italiani la sapete la verità su quello che ci succede? Avete capito che quel che si vede in tv non è vero?”.
Da il Fatto Quotidiano del 1 settembre 2010













