I due medici che giovedì scorso si sono presi a botte davanti a una partoriente al Policlinico di Messina non entreranno in una sala parto per molto tempo. Ma l’episodio è l’ennesima manifestazione di uno dei mali che tormenta la sanità italiana: la commistione tra pubblico e privato, medici che si dividono tra il proprio studio e le strutture pubbliche confondendo i ruoli e pensando di gestire il paziente privato nel pubblico e viceversa.

Ieri Laura Salpietro, alla quale è stato asportato l’utero per via di un’emorragia subito dopo avere partorito, è uscita dalla prognosi riservata, mentre suo figlio Antonio, venuto alla luce con due arresti cardiaci e un presunto danno cerebrale, è stato tolto dal coma farmacologico. Lo scontro tra i due medici sarebbe scoppiato per stabilire chi doveva procedere con taglio cesareo sulla paziente.

Una vicenda gravissima, inaccettabile, sconcertante e inammissibile”, così l’assessore regionale siciliano alla Salute Massimo Russo ha commentato l’accaduto mentre si recava in visita alla donna nel policlinico di Messina assieme al ministro della Salute Ferruccio Fazio. L’assessore e il ministro hanno portato le scuse delle istituzioni incontrando la paziente e suo marito Matteo Molonia, e garantito che verrà fatta giustizia.

Fazio e Russo hanno poi partecipato a una riunione operativa alla presenza dei vertici dell’azienda ospedaliero-sanitaria, del rettore dell’ateneo messinese Francesco Tomasello e del preside della facoltà di medicina dell’università, Emanuele Scribano, dove è stato stabilito il commissariamento dell’unità operativa complessa di ostetricia e ginecologia del Policlinico, affidata al direttore sanitario Manlio Magistri.

Questi i provvedimenti disciplinari nei confronti dei medici coinvolti: sospensione di Domenico Granese dalla direzione dell’unità di ostetricia e ginecologia per le evidenti disfunzioni organizzative del reparto, considerato che Antonio De Vivo, il ginecologo di fiducia di Laura Salpietro, non aveva alcuna autorizzazione a operare all’interno della sala parto; sospensione dall’attività assistenziale di Vincenzo Benedetto in attesa delle conclusioni del procedimento disciplinare avviato nei suoi confronti che dovrà stabilire la gravità dei comportamenti etici e deontologici; immediata risoluzione del contratto di assegnista di ricerca nei confronti di Antonio De Vivo che non poteva svolgere attività assistenziale all’interno della sala parto del Policlinico.

Occorre soprattutto un cambiamento culturale per regolamentare i rapporti tra l’attività istituzionale e quella privata, ed è per questo che ho chiesto all’Ordine dei Medici – ha detto Russo – interventi nella direzione del rigore professionale, proprio a tutela della stragrande maggioranza dei medici siciliani“.

Una richiesta condivisibile ma che suscita perplessità quando tra i vertici che hanno partecipato alla riunione di ieri figurava proprio il rettore Francesco Tomasello. Lo scorso 2 agosto il Magnifico Rettore di Messina ha chiesto e ottenuto una proroga degli incarichi di dodici mesi per sé e per i Presidi delle facoltà, tutti quasi al termine del secondo e ultimo mandato. Serviva addirittura una modifica dello Statuto e il Senato Accademico non s’è fatto pregare: due soli i voti contrari. Da rettore Tomasello è finito due volte sotto inchiesta. La prima, nel 2007, per aver fatto pressione su un presidente di commissione per un posto di professore associato nella sua Università che doveva andare al figlio del pro-Rettore Battesimo Macrì. Tomasello fu sospeso per due mesi. Una nuova interdizione, sempre per due mesi, alla fine del 2008 per altri presunti concorsi truccati: il procedimento è ora pendente davanti al Gup.

“Non sta a me giudicare”, dice Ignazio Marino presidente della commissione parlamentare sul servizio sanitario nazionale che sta esaminando le 100 pagine di relazione ricevute ieri dai Nas. “Però ricordo che nel 2005, in qualità di capo dipartimento al centro trapianti di Philadelphia, una delle ultime persone che assunsi fu proprio un medico di Messina. Nel colloquio gli chiesi perché voleva lasciare la sua città, e lui mi rispose che a Messina per essere assunti bisogna avere i parenti giusti, e lui non li aveva”.