Distretti industriali, centri commerciali, strade provinciali spesso intasate formano la grande distesa disorientante della cosiddetta “città diffusa”, chiamata anche “sprawl urbano”. Dove un tempo si estendeva la campagna agricola oggi sorge il prolungamento incontrollato della periferia cittadina con capannoni e villette che si alternano a aree in costruzione e a cinema multisala. Un paesaggio edificato senza regole, senza progetto, e disegnato dalla casualità dell’iniziativa privata, proprio come la fantascienza di William Gibson aveva predetto per le megalopoli americane del futuro. Ma qui non siamo di fronte a megalopoli d’Oltreoceano, stiamo parlando del nuovo paesaggio veneto, del Padovano, del basso Veronese, e un po’ di tutto il produttivo e leghista Nordest.

Sembra un paradosso che sia proprio il Veneto – regione dove più si cavalca il mito dell’identità locale – a consentire il fenomeno americaneggiante dello sprawl urbano, così lontano dai modelli tradizionali locali. Sembra un paradosso, eppure non lo è.

Tra il localismo identitario che spinge ad apporre il toponimo in dialetto sul cartello del paesino e il megastore che sorge in mezzo alla campagna non c’è incoerenza. Anzi, tra le due immagini c’è una relazione, una continuità.

La Lega spinge, spinge, sull’“identità locale”; ma quanto più debole sarebbe la sua spinta se non ci fosse «la minaccia di perdita di identità»? Si sa: l’idea del noi è di per sé vuota se non accostata a un non-noi. Non c’è da stupirsi dunque che sia proprio chi passa il sabato pomeriggio nello spaesamento del centro commerciale a sentire il richiamo delle Lega. I nostri nonni contadini – eroi celebrati dal tradizionalismo leghista – non avevano il mito di un’origine identitaria da reclamare. Vivevano come sempre avevano fatto: tanto bastava per essere se stessi.

E allora continuiamo a devastare il nostro territorio. Basterà l’illusione di parlare in dialetto per ritrovare noi stessi.