Più che una benedizione al nuovo Ulivo, la lettera di Prodi pubblicata dal Messaggero, sembra una lezione di sintesi (politica) e stile per tutti i grafomani del Pd. Da giorni, infatti, i giornali nazionali sono pieni di lettere chilometricihe rivolte agli italiani. Un’altra volta ancora Prodi sembra fare la differenza rispetto agli altri: nessun messaggio rivolto “al proprio Paese” come scriveva Walter Veltroni sul Corriere della Sera del 24 agosto scorso, nessuna riscossa accompagnata dal suono delle “nostre campane”, annunciata dalle colonne di Repubblica da Pierluigi Bersani il 26 agosto. L’ex premier lascia solo poche righe ai lettori e un chiaro invito ai vertici del partito: per un “nuovo” Ulivo ci vogliono “nuovi innesti”. Parole che se da un lato suonano come un elogio per il ritorno a quella che fu la sua creatura, dall’altro aprono un’aspra critica all’assenza di nuove personalità e alla necessità di primarie serie.

Della lettera di Prodi, pubblicata ieri, nessuno ne ha parlato: né gli organi d’informazione, né gli uomini del Pd. Ad eccezione di Bersani che ieri dagli stand del meeting di Cl a Rimini, si è lasciato andare a una dichiarazione. “E’ stata una grande soddisfazione”. E ancora: “Ne penso tutto il bene possibile”. Mentre sulla proposta di un ritorno al sogno di un nuovo Ulivo: “Ha detto che gli ho fatto una sorpresa, ma questa era già dentro le cose che dissi quando fui eletto segretario”. Ovvero “che il Pd deve crescere e deve organizzare il campo del centrosinistra”. Insomma “riaprire il cantiere dell’Ulivo”. Ma sulla necessita di avere nuove personalità politiche non si ha nessuna risposta. Da nessuno, né tantomeno dallo stesso Bersani che ha parlato della ricerca di “nuovo popolo”, ma non ha fatto cenno al problema, sollevato dall’ex premier, di avere nuove figure politiche per superare il gap con il centrodestra.

Insomma, il dibattito nel Pd si increspa. Eppure l’informazione sembra non farci caso. E così gli aneddoti evocati dall’ex presidente del Consiglio sui monaci del quindicesimo secolo che sapevano ricavare una “parte copiosa dei loro introiti” con l’olio di oliva, sembra non essere abbastanza accativante per l’attuale linguaggio della comunicazione. Più discussione hanno suscitato paradossalmente i soporiferi passaggi veltroniani “vi dico cosa farei” o “scrivo agli italiani che tornano a casa, a quelli che non si sono mossi perché lavoravano o perché non possono lavorare”.