Ricevo (all’indirizzo ricercatori@ilfattoquotidiano.it) e pubblico la lettera di un professore precario, che come molti in questi giorni si trova alle prese con le nomine ridotte a causa dei tagli del governo:

La soluzione finale

ORE 7. La sveglia del cellulare annuncia implacabile che il C-DAY è arrivato. Si tratta della più temuta delle calamità sociali, capace di spegnere un’estate, di spappolare il cervello, di farti uscire fuori dalla grazia divina. Si tratta del giorno delle convocazioni.

Non a caso la suoneria prescelta è The End. Non a caso la sveglia trova il precario con gli occhi spalancati e la mente avvolta nel mantello di piombo dei pensieri. Nulla è casuale. E’ il frutto di una strategia abile e accorta: la soluzione finale del problema dei prof precari.

Si comincia a dissodare il campo con un’imponente campagna di disinformazione di massa, quindi si annaffia il tutto con pregiudizi e cifre totalmente infondate e risibili. Il miglior fertilizzante è costituito da un martellamento costante a reti e ad edicole unificate, in ossequio al principio “ripetizione = dimostrazione”.

A questo punto, si possono raccogliere i frutti. Se il prof precario è sfaticato, ignorante, meridionale, imboscato e accidioso, allora è cosa buona e giusta tagliare le cattedre, tagliare le ore, tagliare i fondi per mettere in sicurezza le scuole.

ORE 7,30. Effettuate con precisione e rapidità degne di una campagna napoleonica le operazioni di abluzione, colazione e vestizione, ultimo sguardo allo specchio.

Occhiaie più profonde del Grand Canyon, i pochi capelli superstiti in ordine e abbarbicati con umile tenacia ai loro posti, ogni ruga del suo volto è una battaglia, una vittoria o una sconfitta. Prima laurea, seconda laurea, corsi abilitanti, concorsi a cattedra, scuole di specializzazione, master, precariato, pendolarismo, cattedre suddivise in tre scuole, pellegrinaggi in altre province e in altre regioni: non c’è vitaccia che lo stanchi, non c’è fatica che lo spiazzi. Il suo carburante è la motivazione.

ORE 7,35. Si sale in macchina, vecchia e fedele compagna capace, insospettabilmente, di affrontare neve, ghiaccio, nebbia, fango, autovelox taroccati, buche e crepacci, con l’orgoglio e l’energia di un’adolescente. Certo, i 215 mila km in 10 anni suggeriscono qualcosa, ma non è ancora giunta l’ora. Anzi, non è ancora giunta lira.

L’istituto chiamato ad ospitare questo rito pubblico di degradazione collettiva si trova in uno dei quartieri più ameni della città. Attraversando strade deserte e scassate che solcano paesaggi da film dell’orrore, si moltiplicano gli avvistamenti di auto di altri precari, facilmente individuabili dall’abbondanza di libri, occhiali da secchione e dalle facce di chi da tempo ha smesso di amarsi. Confortato dalla segnaletica, il precario si accoda alla processione e parcheggia.

ORE 8,15. La calca è impressionante. L’età media è di 40/45 anni (per la serie “2001 Odissea nell’ospizio”), di cui 12/15 di insegnamento (altro che tirocinio). Tutti incontrano tutti, mollando e subendo baci, abbracci e battute letali. Non mancano bambini, passeggini, biberon e nascituri, né mariti, mogli, nonne e nonni precettati, né, tantomeno, opere di alta ingegneria tricologica e sobri abiti arancione ANAS pastello.

ORE 8,30. Un solenne triplice fischio arbitrale richiama l’attenzione di tutti. Un gruppetto di sindacalisti e precari preistorici distribuisce volantini e scandisce quel che tutti sanno ma non vogliono accettare. Quest’anno ci saranno migliaia di incarichi annuali in meno. Addio giocattolini, in fondo un computer contemporaneo non è poi così urgente, rimandati ancora una volta fiori d’arancio e voli di cicogne.

Il precario non ha mai sfiorato il nobel, però ha il vago sospetto che tutto questo non sia esattamente in linea con il Family Day, non contribuisca a generare fiducia e ottimismo, né a sostenere i consumi.

Approfittando dell’attimo di silente sgomento, il Preside informa i prigionieri delle graduatorie che i lavori inizieranno con un’ora e mezza di ritardo. Naturalmente è per il nostro bene, in quanto si sta lavorando alacremente per stanare nuove cattedre. L’esercito dei precari accetta tutto con collaudato e disinvolto stoicismo, pronto a credere a qualsiasi voce rassicurante e soprattutto a non cedere alla disperata verità.

ORE 8,45. Dato che il tutto si svolge in una torrida mattina di fine agosto, i precari vengono ammassati in locali non climatizzati e di dimensioni ridicole. In compenso, chi si rifugia in cortile può godere della calorosa compagnia del penetrante sole catanese.

Le strategie di sopravvivenza appaiono molteplici. C’è chi si allontana per meditare in pace sulle risposte che mancano all’appello, c’è la cornologa che ha sempre una parola buona per tutti, c’è chi si accascia sui gradini consumati dai passi degli alunni, c’è chi, soggiogato dalla magia dei ricordi, pensa al gruppo creato dagli alunni su Facebook affinché il precario l’anno successivo rimanga nella stessa scuola o al video, grondante felicità, della gita scolastica di fine anno.

ORE 10,30. Altro che un’ora e trenta: ne sono passate due, ma tutto tace. Gli unici a farsi sentire sono fragorosi gorgoglii gastrici, capaci di mettere a dura prova le scorte del bar. Divorati da un’ansia montante, i precari si raggruppano per aree disciplinari, attendendo le sentenze che da lì a poco decideranno del loro futuro.

ORE 11,30. Arrivano i funzionari dell’Ufficio Scolastico Provinciale. Il clima è elettrico: sembra lo sbarco in Normandia. Volano botta e risposta come schiaffoni. Solo l’arrivo dei carabinieri rende possibile l’inizio di questa gara per cuori forti.

ORE 12. Pare di stare dentro la metropolitana di Tokio nell’ora di punta (a parte la puntualità). Un omino senza microfono sussurra dei numeri. Chi appartiene alle classi di concorso chiamate può entrare. Così, i precari, esaurendo il bonus di bestemmie per tutto l’anno, si aprono la strada a colpi di machete.

ORE 14. Passano le ore, scorrono le chiamate e gli incubi più raccapriccianti si avverano inesorabilmente. Per alcune discipline non vi è nemmeno una cattedra, per altre una soltanto, per tutte numeri lillipuziani.

E’ come se, fino a questo momento, le cose fossero rimaste dietro ad un vetro appannato e ora qualcuno avesse pulito per bene. E’ come se, improvvisamente, la FIAT chiudesse tutti i suoi stabilimenti. E’ il più grande licenziamento di massa nella storia della Repubblica italiana.

ORE 15. Ci siamo: tocca a noi. Il precario si sistema accanto agli amici con i quali ha condiviso anni ed anni di stress, umiliazioni, viaggi, spese, sogni e speranze. Li guardo: molti hanno gli occhi fissi nel vuoto, pensando a come tirare avanti da domani in poi, altri pregano, la maggior parte sfoggia l’aspetto di Napoleone la mattina dopo Waterloo.

Mentre nel corridoio un’esigua schiera di masturbatori telefonici mostra di non tenere troppo alla privacy, l’unica cattedra viene attribuita e cala il sipario.

Il precario ha perso il lavoro, l’indipendenza economica, la propria identità, ma non la confidenza con l’insolito passatempo umano che è l’abitudine di pensare e di proporre.

Attiviamo un ammortizzatore sociale a costo zero. Riconosciamo a chi ha insegnato per 360 giorni nella scuola pubblica (o ha avuto almeno un incarico dall’USP negli ultimi 2 o 3 anni, o ha lavorato per 180 giorni nell’ultimo anno, anche con più contratti) la legittimità del punteggio, per non essere scavalcati in graduatoria.

Al prossimo anno.

Guglielmo La Cognata