Il “direttorissimo” più discusso d’Italia si confessa, durante la trasmissione mattutina di Rai Uno, al cospetto di Perluigi Diaco, che già nell’incipt dell’intervista tributa all’ospite il titolo di direttore del “tg più autorevole e seguito d’Italia“.

Gli argomenti toccati da Minzolini sono i più disparati: da Berlusconi, che, secondo il direttore del TG1, “ha rivoluzionato la politica italiana, introducendo una politica più moderna“, a D’Alema, meritevole di aver contribuito a cambiare la sinistra italiana, ma reo di aver avuto poco coraggio.

La lunga intervista esordisce trattando la competizione del TG1 con il TgLa7, diretto da Mentana. Gli ottimi risultati ottenuti dal notiziario di Mentana non preoccupano Minzolini: «Francamente non mi sento in competizione con Mentana. Chiaramente ha un grande seguito sui media, che parlano di questo successo de La7, che è meritato». E prosegue: «Quello de La7 non è un successo di opinioni o di numeri, ma di media» e accenna alla crisi della “tv generalista”. «Faccio un esempio. Noi ad agosto, rispetto all’anno scorso, abbiamo avuto 500 mila spettatori in più, Mentana ne ha guadagnati 240 mila, di fatto noi abbiamo guadagnato il doppio. Il Tg5 ne ha persi all’incirca 270 mila. Semmai il problema non è mio, ma di Clemente Mimun».

Riguardo ai suoi acerrimi e numerosi detrattori, Minzolini sostiene, imbeccato da Diaco, che il tutto è imputabile non a personalismi, ma all'”ideologismo” e al “dogmatismo“. «C’è un politicamente corretto – afferma il direttore del TG1 – che normalmente vive più a sinistra che a destra. Io non dico che devo avere sempre ragione, però mi piacerebbe essere più giudicato sui fatti, che invece su una posizione quasi pregiudiziale. Secondo me da una parte, sarebbe necessario, specialmente nel mondo dei media, che una categoria importante come quella del dubbio venga rivalutata».

Alla domanda di Diaco, che ricorda l’assunzione di Minzolini alla Stampa diretto da Ezio Mauro, uno dei critici più duri dell’attuale TG1, e che gli chiede come sono i suoi rapporti personali con il direttore della Repubblica, Minzolini riponde: «Ogni tanto ci siamo incontrati per strada, ma non abbiamo mai coltivato un rapporto particolare. Io francamente sono rimasto sempre lo stesso. Mi ricordo che all’epoca Ezio mi portò alla Stampa, anche se poco dopo andò alla Repubblica. Ci incontravamo spesso sul marciapiede e all’epoca il marciapiede era quello dell’Hotel Raphael, dove c’era Craxi. E allora questa voglia di essere presenti sulla notizia è una cosa che ci ha messi in contatto e legato. In quell’occasione eravamo io, lui e un grandissimo giornalista, un vero maestro, Guido Quaranta (n.d.r.: fu Quaranta, giornalista dell’Espresso, ad aver dato a Minzolini il nomignolo “Lo Squalo”, per la sua abitudine a perdinare i protagonisti delle notizie di cui si occupava)».

Sempre a proposito delle critiche rivolte al suo TG1 e al suo eccessivo interesse per notizie di costume e di “distrazioni di massa” , Minzolini replica: «Secondo me qui c’è un enorme serbatoio di scemenze, che molto spesso vengono dette su questi argomenti. Il 90% di queste notizie le prendiamo dai giornali. Ho fatto anche una riflessione», continua il direttore, parlando dei commenti negativi ai servizi di apertura del tuo tg. «La prima pagina di un giornale è importante perchè è la pagina che si vede di più. In televisione è esattamente il contrario: ogni telegionale ha una linea che dal basso va verso l’alto. Quindi, in termini paradossali, l’ultima notizia è quella che ha più telespettatori, però ti viene contestato che “apri con questo” o “apri con quell’altro”. C’è un modo assolutamente banale che non va a vedere le cose per quelle che sono. Probabilmente io ho questo atteggiamento un po’ naïf, visto che sono arrivato in televisione un anno e mezzo fa, ma poi vado a vedere i dati, cerco di studiarmeli. (…) Non mi preoccupo per nulla di far cambiare idea ai miei detrattori (n.d.r.: ovvero a coloro che lo accusano di avere come editore di riferimento Berlusconi). Intanto, purtroppo, è una malattia della Rai quella di avere come editore di riferimento il Parlamento. Se già dovessi essere condizionato o intimidito da qualcuno, non sarei più me stesso. Rispetto al passato, anzi, quello che ho sempre mantenuto è questa coerenza: i condizionamenti non hanno mai funzionato con me».

E ancora: «In questi anni, e specialmente in quest’ultimo tempo, ci sono queste ideologie, ma è un’ideologia che oltretutto è tramontata perchè nel resto del mondo non c’è. Questa ideologia ha creato un meccanismo perverso per cui tu hai una realtà dei media in Italia e una realtà del paese reale.(…) Io penso che l’Italia sia giudicata “più male” di quella che è. Lo dimostra anche questa crisi. Faccio un esempio: noi adesso stiamo parlando della locomotiva tedesca. Esattamente un mese fa, prima che andassi in vacanza – ma ho fatto pochissime vacanze, in realtà – il Der Spiegel, il settimanale tedesco che ha fatto copertine sull’Italia molto critiche, ci ha indicato come modello, dicendo che in un momento di crisi finanziaria che va avanti nel tempo l’Italia ha dimostrato di avere forse il sistema più adatto. E tutto questo noi non ce lo riconosciamo. Se per caso dici una cosa del genere, lo fai perchè vuoi favorire il governo del momento. Ma è una follia! Questo è un modo di ragionare assurdo, perchè ci dobbiamo prendere i nostri demeriti ma anche i nostri meriti».

A proposito di ingerenze politiche nel suo lavoro, Minzolini puntualizza: «La cosa più ovvia è dire di sì e fare a modo proprio come i grandi direttori. Io di solito non telefono, ma rispondo a tutti. E poi ovviamente ascolto quello che mi viene detto. Ci rifletto, come è giusto, ma poi ragiono con la mia testa».

«Quando c’è stata la manifestazione per la libertà di stampa, ho fatto un editoriale dicendo: ma come si fa a dire che non c’è la libertà di stampa in questo paese? Io ne sono la dimostrazione, perchè sto lì e vengo criticato in una certa maniera. Dovrei essere l’elemento fondamentale dell’establishment, perchè dirigo un tg istituzionale, eppure sono sottoposto a critiche un giorno sì e un giorno no. In verità, in questo periodo le critiche sono diminuite e quasi sparite, forse perchè molti sono andati in vacanza. Ma soltanto immaginare con quello che è l’Italia, col numero di giornali che ha – uno non ne legge uno, ma dieci -, tu capisci che un’affermazione del genere è un paradosso. E’ assurdo».

Riguardo alle sue idee politiche giovanili, Minzolini asserisce che «è normale cambiare idea. Quando si inizia ad avere dubbi in gioventù, significa che sei nato vecchio. Poi nel tempo chiaramente ci ragioni».
Si affronta il tema dell’amicizia del premier con Noemi Letizia. «Alla fine di quella vicenda che cosa è rimasto? Non è rimasto nulla. Anzi addirittura, se vai a vedere dal punto di vista giudiziario, poi la cosiddetta inchiesta ha preso tutt’altro versante ed è andata a finire sulla regione Puglia. Allora, che cosa è “notizia”? E’ notizia il fatto di per sè, che poi viene abbandonato completamente?». – si chiede Minzolini, concedendosi una liberatoria risata. Eh sì, continua Minzo, «perchè la notizia è stata completamente abbandonata. Oppure è “notizia” il motivo per cui quasi puntualmente e “ad orologeria” in campagna elettorale c’è una vicenda che poi caratterizza quella campagna elettorale, mettendo da parte, ad esempio, il confronto tra programmi?».

Doveroso allora il riferimento diretto a Berlusconi: «ha rivoluzionato assolutamente la politica. Ho seguito buona parte della Prima Repubblica e la Seconda. Ed è cambiato completamente tutto. E’ cambiato un sistema. Prima avevamo una democrazia parlamentare in cui si facevano coalizioni e governi in un anno e mezzo. Ora i governi, bene o male, durano di più, c’è un linguaggio molto più diretto, c’è una politica più moderna».

D’Alema, secondo Minzolini, «ha contribuito molto a cambiare la sinistra, ma se c’è un elemento che è mancato è stato il coraggio. Sembra strano. Se vai a vedere l’esperienza del governo D’Alema, che tentò anche nella linea politica di imporre nuovi contenuti più riformisti, a un certo punto lui si bloccò improvvisamente. E non per colpa sua, perchè chiaramente la base, o “la tribù” come la chiamava lui, non lo seguiva. E’ successo con D’Alema ed è successo più tardi con Veltroni. Il problema grosso della sinistra italiana è fare un processo culturale profondo. La caduta del muro di Berlino, nel 1989, non fu vissuta per quella che doveva essere. Successe qualcosa di simile a Tangentopoli: si arrivò al paradosso per cui chi aveva avuto ragione fu messo in catene o andò in esilio e chi aveva sbagliato andò al governo del Paese, il che di per sè è paradossale. Quella lì fu una scorciatoia».

Tra frizzi, lazzi e risatine, il direttorissimo conclude con alcuni aneddoti riguardanti Mentana e il suo nuovo tg: «Sulla parola “istituzionale” un po’ ci sorrido. Un mese e mezzo fa, quando c’è stata la cerimonia del Ventaglio al Quirinale, mi sono trovato vicino Mentana. Questi aveva dato un’intervista dicendo che avrebbe voluto essere “il tg istituzionale”. E io gli ho detto: “Scusami, Enrico, ma che significa “istituzionale”?”. Lui mi ha risposto: “sai, quando ti fanno una domanda, una risposta devi darla, devi dare una parola e, visto che va di moda questo, ho detto quella parola”». E ancora: «Ieri parlavo al telefono con Franco Bechis, il vicedrirettore di Libero, che mi ha detto: “Ma tu sai che, vedendo la7, sembra di rivedere il tg5?”. In realtà non è che è cambiato un granchè».

Minzolini, invece, dai tempi fulgidi di “Ecce Bombo“, film in cui recitò in un indimenticabile cameo, è cambiato. E tanto.

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