Chiamate tutti il 112. Almeno due volte al giorno, dopo i pasti.

E pensare che, quando Berlusconi ha vinto le elezioni, gli esperti e i soloni (del Pd) l’hanno spiegata così: la Lega e il Pdl hanno saputo interpretare il bisogno di sicurezza e di legalità degli italiani. Sarà… io tutto questo anelito all’ordine non lo vedo…

Vi racconto il mio Ferragosto: esco di casa per accompagnare la famiglia in campagna. Strade abbandonate come nel film “Occhi bianchi sul pianeta terra” – ve lo ricordate, il filone apocalittico-catastrofista anni Settanta – con il protagonista, unico sopravvissuto a un’epidemia, che si aggira per una Los Angeles deserta. Bè, Genova era così. In città rimangono quattro gatti, incazzosi e accaldati. Come me. Imbocco la strada per arrivare alla fantomatica campagna dove mi aspettano i parenti per il solito pranzone a base di abbacchio che ti lascia stecchito. Strada stretta, tre metri e mezzo, incrocio un’auto e zac… il signore che viene dall’altra parte allarga un po’ troppo e mi trancia via lo specchietto. Può capitare di peggio, d’accordo. Abbasso il finestrino e con la mano indico al conducente il mio riflettore ridotto a una specie di medusa spiaggiata: fili che escono da tutte le parti, il vetro ridotto in mille pezzi. Mi mostro comprensivo, sorrido. Ma che cosa fa il tizio sull’altra auto? Ingrana la prima e sgomma via. Allora divento meno comprensivo, sotto gli occhi allibiti di mia moglie e quelli più divertiti dei miei figli mi trasformo in una specie di David Starsky. “Ma sei pazzo? E’ soltanto uno specchietto“, mi fa mia moglie. Chissà, forse ha ragione. Però mi girano, e non soltanto perché ormai uno specchietto vale quanto la mia tredicesima, ma… è una questione di principio… di giustizia… ma vallo a spiegare. Alla fine riesco a beccare il signore – un tipo distinto, di mezza età – mi affianco e gli chiedo di accostare. Mi impongo la calma, in fondo è davvero soltanto uno specchietto. “Scusi, non ha sentito il colpo? Ha visto il mio specchietto… l’educazione non dice di fermarsi?“. Il signore mi guarda fisso: “Il mio non si è rotto“. Beato te, vorrei dirgli, mi limito a indicargli quel che resta del mio: “Potrebbe darmi i suoi dati?“. Risposta: “No, se vuole si prenda la targa“. E sgomma via. A ‘sto punto che devo fare? Guardo mia moglie e capisco che è meglio lasciare perdere: uno specchietto non vale un matrimonio.

Sera, torno a casa. Felice, mio figlio ha imparato ad andare in bici. Ma sì, chissenefrega dello specchietto. E la giustizia? Vabbé… facciamo che siamo buoni e abbiamo perdonato. Cena e poi due passi prima di dormire, così do un’occhiata alle stelle e penso a cose più elevate: Madò, le notti d’estate, lo scrittore che riesce a raccontarle davvero dovrebbe vincere il premio Nobel. Non c’è niente di più grande, un “rapimento mistico e sensuale“, direbbe Battiato. Sei lì che cammini e senza che nemmeno te ne accorga ti entrano dentro il respiro profumi che ti raggiungono nell’angolo più nascosto del cervello. Ti ritrovi catapultato a diciotto anni quando uscivi la sera e credevi di poter conquistare il mondo (o addirittura gli occhi di una ragazza, dentro ci stava l’universo). E poi lucciole, cicale, le luci ancora accese di chi soffre d’insonnia e chissà a che cosa pensa, le stelle che a me fanno venire sempre lo smarrimento.

Ma quei due che cosa stanno facendo? Siamo davanti a un bar, ci sono due ragazzetti che trascinano un motorino giù per una scalinata e cominciano ad armeggiare. No, impossibile, davanti a decine di persone… e invece sì, lo stanno chiaramente rubando. E dire che non sono i soliti due disperati che ti fanno anche pena, sono due ragazzetti di bella famiglia, con la felpetta firmata e gli occhialetti da intellettuale su una cascata di capelli appena lavati. Allora guardo la gente che osserva la scena, mi scambio un paio di occhiate con un ragazzone alto due metri. Mi sorride, come dire, “che simpaticoni“. Simpaticoni ‘sto c…, vorrei dirgli, immagina te se domattina esci per andare a lavorare e ti hanno ciulato lo scooter. Chissà se sarebbe ugualmente comprensivo se quei due fossero marocchini… Faccio un rapido calcolo, rispolverando gli insegnamenti del catechismo: potrei provare ad ammaestrare i due peccatori con parole alate. Ma ho fatto troppi anni il cronista per dimenticare come rischia di andare a finire: un lampo sotto la luce del lampione e magari ti becchi una coltellata. O una saccata di botte, perché sarò pure alto un metro e novanta, ma basta un’occhiata per capire che non mi meno da quando facevo le medie.

Allora come Tex Willer tiro fuori la mia arma: il cellulare. Chiamo il 113. Mi risponde un operatore, cortese: “Mi dispiace, ma di notte il Levante della città è coperto da un’auto dei carabinieri“. Mi viene da piangere: il Levante di Genova… ma saranno duecentomila persone… per una macchina sola? E se mi stavano uccidendo… dovevo richiamare…? No, non ce l’ho con la polizia e i carabinieri, tutt’altro, lo sento vicino quell’agente, anche lui ormai rassegnato. Non è colpa loro: non hanno più un euro nemmeno per la benzina. Si aggirano su auto che stanno insieme con il nastro adesivo. Mi viene da sorridere ripensando alle elezioni, alle promesse di sicurezza, ai soldati spaesati che si aggirano per le città e non sanno che pesci pigliare. E intanto ti rubano il motorino sotto gli occhi e devi abbozzare. I miei genitori negli ultimi sei mesi hanno avuto più visite dai ladri che dagli amici (e di amici ne hanno parecchi).

Vabbé, chiamo i carabinieri. Anche loro gentili: “La pattuglia sta svolgendo un intervento, appena avrà finito la manderemo“, promettono. E di nuovo mi chiedo: ma se mi stavano uccidendo… dovevo aspettare che l’unica auto disponibile fosse libera? Ripeto, non ce l’ho con i carabinieri. Anzi, immaginate voi come dev’essere rischiare ogni sera la pelle quando ti senti abbandonato perfino dallo Stato. Passano i minuti, i due ragazzi mi vedono, vengono presi da un lampo di timore e pensano bene di scavalcare un reticolato ed entrare in una proprietà privata. Ma appena mi allontano tornano ad armeggiare con lo scooter. E allora mi trasformo come Hulk, divento verde. No, non intervengo, faccio quello che mi hanno sempre insegnato a fare: richiamo i carabinieri che mi ascoltano con attenzione, prendono tutti i dati e avvertono la pattuglia. I due tizi intanto si sono allontanati, ma saranno inseguiti.

Chissà, penso mentre me ne torno a casa, mi piacerebbe sapere com’è finita… però ho perso il buonumore… insomma, quei due non hanno soltanto rubato il motorino, mi hanno anche guastato la serata. Di nuovo non è soltanto lo scooter… è una questione di principio… mi vengono tanti pensieri, tante parole grandi: regole, società, rispetto… ma dai, basta. Cerco di recuperare i pensieri con cui mi ero incamminato, ma non ci riesco. Intanto cammino. Ecco, forse ce la faccio, sto di nuovo pensando ad altro. Mi aiutano gli alberi, il loro fruscio, le navi che si allontanano all’orizzonte e mi fanno pensare alle isole… sto ritrovando la sera d’estate, mi dico, e lo sguardo si posa sulla casa di un vicino: zona vincolata, non si potrebbe alzare un muro, e invece ecco nascere una villa con box. Che fare? Quando ho scritto un libro sugli abusi edilizi in Liguria mi hanno sfasciato l’auto cinque volte. Ma non è questo il punto, è che si rischia l’ulcera duodenale. Ma sì, penso per un istante, meglio lasciar vivere. Vedo una via d’uscita, uno spiraglio, il confine tra rassegnazione e comprensione, tra resa e perdono è sottilissimo. Non si può denunciare il mondo.

Mi chiudo la porta alle spalle, penso a quei due che si sono grattati il motorino, al proprietario che dorme e non sa ancora che domani dovrà prendere l’autobus. Al signore che rideva guardando la scena: e se fosse successo a te?

No, non lasciamo stare: chiamiamo tutti il 112. Una volta al giorno. Al massimo servirà per non sentirci soli nelle sere d’estate e per tenere un po’ di compagnia a poliziotti e carabinieri abbandonati dallo Stato.

ps. mia moglie mi suggerisce un’altra idea: “Chiama il 118 e fatti ricoverare”.