Il colpo di cannone è stato sparato ieri a tardi sera da Giulio Tremonti. “Ormai – ha detto a Bergamo il ministro dell’economia – robe come la 626 (la legge sulla sicurezza sul lavoro, ndr.) sono un lusso che non possiamo più permetterci. Se si vogliono diritti perfetti nella fabbrica ideale il rischio è di avere i diritti perfetti ma la fabbrica poi va da un’altra parte”. Non solo: “In uno scenario globale non possiamo pensare che sia il mondo ad adeguarsi all’Europa, è l’Europa che deve adeguarsi al mondo” ha aggiunto.

La sparata a palle incatenate del superministro si è schiantata con fragore, e probabilmente non poteva essere altrimenti. “Francamente, il modello cinese dei diritti del lavoro che il ministro Tremonti pare vorrebbe prendere come riferimento, non ci convince” ha osservato Cesare Damiano, ex ministro del lavoro nel secondo governo Prodi. ”Le dichiarazioni del ministro Tremonti sulla legge 626 sono vergognose – l’affondo invece l’Idv Leoluca Orlando -. Le sue parole sono uno schiaffo in faccia ai lavoratori che ogni anno rimangono uccisi o si infortunano gravemente in una fabbrica”. La Cgil ha risposto con i numeri: “In un Paese dove tutti gli anni muoiono più di mille lavoratori e un milione si infortunano le dichiarazioni del Ministro Tremonti sono inaccettabili” ha affermato Fulvio Fammoni, segretario confederale Cgil.

La svolta di Tremonti è arrivata inaspettata. Da giorni, inoltre, il ministro è dato come papabile successore a Berlusconi nel caso in cui elezioni anticipati non portassero a nessuna maggioranza in Senato; anche per questo le sue parole acquistano ulteriore peso. Ma se svolta è stata, è stata una svolta anche intellettuale oltre che politica, anzi: una vera e propria virata. In questi anni “Giulio” si era creato simpatie anche a sinistra (a cominciare da Bertinotti) per un suo saggio, “La paura e la speranza” uscito nel 2008 e diventato presto – anche grazie alla scarsissima produzione intellettuale che contraddistingue la destra italiana – punto di riferimento per i neo-cons all’amatriciana. La globalizzazione, per Tremonti, era la fonte del mercatismo, della crisi economica, di una dilagante paura prossima ventura e già ora causa di “straniamento, solitudine della moltitudine, nichilismo, esplosioni irrazionali di violenza individuale e collettiva, di delitti inspiegabili, della diffusione della droga, dello squadrismo calcistico, di tanti piccoli progrom” e via terrorizzando. Per questo fa specie che, proprio sull’altare della globalizzazione, il ministro nato a Sondrio adesso voglia sacrificare non solo i diritti dei lavoratori, ma addirittura la loro sicurezza.

Andando a riprendere il volume tremontiano, si notano osservazioni interessanti che mal si conciliano con il nuovo credo globale. “Se la globlalizzazione andrà avanti – scriveva nel capitolo ‘Il lato oscuro della globalizzazione’ – spinta dal motore ideologico del mercatismo, verranno infatti a incombere due rischi fatali. Un rischio globale. Un rischio locale. Il rischio globale della catastrofe ambientale. Il rischio locale di un colonialismo asiatico di ritorno sull’Europa”.

Poi, autocitando il suo precedente libro del 1995, Rischi Fatali, Tremonti scriveva: “Il conflitto sociale non è più solo tra operai e robot (la macchina ‘ruba lavoro’), ma anche tra ‘operaio occidentale’ (la declinante aristocrazia operaia) e ‘operaio orientale’ (il nuovo proletariato). Nella migliore delle ipotesi, l’operaio orientale fa concorrenza sul salario all’operaio occidentale, nella peggiore, gli ruba il posto di lavoro”. Un rischio fatale perché “gli occidentali assistono passivamente all’apertura di questo cantiere di demolizione”.

Ma il pericolo maggiore derivante dalla globalizzazione per Tremonti era quello “giallo”: “Fallito il piano mercatista di neocolonialismo – un altro passo del libro del ministro -, rischiamo, soprattutto noi in Europa, di essere colonizzati dall’Asia. È venuto il tempo per evitarlo”. Così si chiudeva la parte dedicata, appunto, alla “paura”.

Ora, nel volgere di una serata alla “Berghem Fest” tutto è cambiato, e i basilari del lavoro che contraddistinguono il lavoratore europeo da quello cinese sono diventati “un lusso”. Cosa diavolo è successo? Il “colonialismo asiatico” ha già vinto e non ce ne siamo accorti? O si prepara il terreno per nuove misure (draconiane) sul lavoro? O c’era da lanciare un messaggio lassista agli imprenditori? Tremonti, adesso, è no-global o super-global? E dove vuole portare questo Paese?