Trenta pagine per rivendicare “gli ingentissimi danni non patrimoniali” che un libro-intervista, Colletti sporchi (Rizzoli-Bur, 2008), avrebbe recato all’azienda del presidente Silvio Berlusconi, Fininvest. Nell’occhio del ciclone sono finiti, ognuno col il proprio profilo di responsabilità, Luca Tescaroli, oggi pm della Direzione distrettuale antimafia di Roma che condannò all’ergastolo gli esecutori materiali dell’attentato a Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e alla scorta, Ferruccio Pinotti, giornalista di inchiesta e scrittore, e Rizzoli, la casa editrice.

Oggetto dell’azione legale intrapresa da Fininvest, che il libro si limita a sfiorare in pochi passaggi, le dichiarazioni di Salvatore Cancemi, reo confesso della strage di Capaci, riguardanti Alfa e Beta, i nomi in codice di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri che comparivano in veste di indagati di “reato di concorso in strage per finalità terroristica e di eversione dell’ordine democratico” nell’indagine antimafia poi archiviata. La testimonianza del pentito a cui si fa riferimento nel libro riguarda i “200 milioni di lire a titolo di contributo” che Fininvest avrebbe versato periodicamente a Cosa Nostra. Una testimonianza ritenuta “inattendibile” dai legali Fininvest e una querela, quella a Tescaroli, che aggiunge un altro tassello alla guerra in trincea di Silvio Berlusconi contro la magistratura.

“Il timing di questa azione legale, a quasi due anni dalla pubblicazione del libro, ci è parso molto strano”, spiega Ferruccio Pinotti. “L’atto è stato impostato poco prima della sentenza d’appello di Marcello Dell’Utri ed evidenzia la battaglia senza esclusione di colpi del gruppo di Berlusconi contro la magistratura. Più in generale, rappresenta l’ennesima tappa di uno strenuo attacco alla giustizia e all’informazione libera”. Un tentativo di impedire la prosecuzione delle indagini sui mandanti occulti delle stragi di Via d’Amelio e Capaci? Per saperlo bisognerà attendere quanto accadrà in sede giudiziaria ma, prosegue il giornalista, “potrebbe essere interpretato come un atto dal sapore preventivo, alla luce di quanto ha anticipato Sergio Lari, procuratore di Caltanissetta, che ha annunciato a breve rivelazioni importanti in merito alla trattativa stato-mafia e riguardo ai mandanti esterni delle stragi”. Anche la procura di Firenze ha un fascicolo aperto sui mandanti delle stragi del ’93. Mentre la Direzione Nazionale Antimafia ha di recente confermato che le indagini sui mandanti esterni sono ancora vive.

L’atto di citazione di Fininvest sembra voler intervenire su un tema delicato, oggetto di inchieste ancora aperte, querelando oltre agli autori anche un grande gruppo editoriale come Rizzoli. Gli autori hanno ricevuto solidarietà da più parti. “Piena e incondizionata solidarietà al collega Luca Tescaroli” è stata espressa dal presidente dell’Anm di Palermo, Antonino Di Matteo. “Evidentemente – ha dichiarato Di Matteo – nel nostro paese diventano sempre più palesi e frequenti i tentativi di intimidire quei magistrati che osano indagare a fondo sui rapporti tra la mafia e il potere. Argomento sul quale da troppe parti vorrebbe imporsi il silenzio”.

Giovanna Maggiani Chelli, portavoce dell’associazione delle vittime della strage di via dei Georgofili, esprime “preoccupazione per tutti quei collaboratori di giustizia che hanno deciso di passare dalla parte dello Stato e che oggi sono messi in difficoltà” e aggiunge: “Nel processo di Firenze per le stragi del 1993, hanno deposto collaboratori dichiarati attendibili come Salvatore Cancemi e il Gip di Caltanissetta non ci risulta, salvo errore, lo abbia mai condannato”.

Le dichiarazioni di Cancemi, infatti, “sono state considerate attendibili in varie istanze giudiziarie, e non è mai stato condannato per calunnia”, specifica Pinotti. “Sorprende che proprio ora venga contestato l’utilizzo di questa testimonianza, di cui oggi, invece, il gruppo Fininvest si affretta a denunciarne l’infondatezza e ad agire contro Tescaroli, magistrato di comprovata professionalità, sotto scorta e scampato a un attentato insieme alla compagna il 2 giugno 1997, all’indomani della sua requisitoria sulla strage di Capaci”.

E la querela di Fininvest contro Colletti Sporchi, che raccoglie, fra gli altri, le interviste a Giovanni Bazoli, Antonio Ingroia, Carmelo Petralia, Antonio Gratteri e al direttore di Foreign Policy Moisés Naím come altri esperti in materia di riciclaggio, “suona come una excusatio non petita da parte dell’azienda del premier”, puntualizza l’autore. Il processo si aprirà a Verona il 21 novembre (se non sarà spostato a Milano per competenza, essendo stato il libro stampato in Lombardia) ma prima dell’esito giudiziario, Pinotti spiega l’anomalia tutta italiana della vicenda: “In nessun paese europeo e occidentale un premier potrebbe mai permettersi di utilizzare una sua azienda (visto che in questo processo Silvio Berlusconi formalmente non ha parte attiva, ndr) per impedire a un magistrato e a un giornalista di ricostruire parte della storia che lo riguarda. Si tratta di un fatto intimidatorio, di una offesa alla libertà di stampa e al diritto di cronaca”. Intanto Luca Tescaroli, che Fininvest accusa più duramente, si limita a dichiarare di “valutare iniziative giudiziarie da intraprendere”. E se il magistrato decidesse di rivalersi contro Silvio Berlusconi, creerebbe un precedente importante.