Caro Direttore, scrivo alla mia piccola città, Roma.

Scrivo a tutti quelli che sono in vacanza, anche se in teoria risulta che non potevano affatto permetterselo. Scrivo a tutti quelli che in vacanza non sono potuti andare perché non riescono più a percepire lo stato di vacanza, ormai permanente nella loro esistenza grazie ai mille affari. Scrivo ai lavoratori che si fanno pagare in nero, perché tanto è normale chiedere se si vuole la ricevuta. Scrivo ai ristoratori che al massimo ti danno la ricevuta, ma non fiscale. Scrivo ai tassisti che si dimenticano di cambiare tariffa al tassametro dentro il raccordo, perché da noi si fa ancora a mano: famo a fidasse. Scrivo ai giovani che ormai scendono in piazza solo la sera, tardi, in macchina, per farsi un drink. Scrivo a quelli che saltano le file e s’incazzano pure perché glielo fai notare. Scrivo a quelli per cui il lavoro è solo uno stipendio a fine mese, perché impegnarsi? La vita è altrove, e poi di corsa a vedere il grande fratello. Scrivo ai Poveri, a quelli che sembrano veramente poveri, ma che poi hanno e fanno cose che al massimo ci si chiederà: chissà come se le può permettere? Scrivo a tutti voi e vi chiedo: rimanete in vacanza! Non tornate a popolare, devastandola, questa meravigliosa città.

E lo scrivo senza avere nessun titolo per farlo. Perché se è giusto che la politica ci riempia di retorica, belle parole e interminabili elenchi di problemi, credo sia anche giusto che un cittadino qualsiasi possa scrivere ai suoi concittadini per dire come li vede. E se qualche cittadino avesse voluto cogliere qualche somiglianza con fatti, situazioni e mentalità che si ritrovano in altre città sappia che era questa, invero, l’intenzione di chi scrive. Roma di certo è un buon angolo da cui osservare il peggio delle abitudini con cui questo paese si autogoverna. Ma di certo non è l’unico.

E come si fa a ricostruire un paese, se la prassi consolidata – anche e soprattutto nella vita di tutti i giorni – è fondata sul non rispetto delle regole?

L’indulgenza d’altra parte è sempre a diposizione. Che sia un dieciavemaria, un’offerta, una tangente, un condono o un indulto, è sempre la solita storia: il furbo trova sempre il perdono. I fessi no: vengono prima umiliati e quindi bastonati a sangue. Qui si tratta di ritrovare il senso delle cose, di capire cosa è bene e cosa è male, ma non in senso cattolico o filosofico ma con obiettivo molto pratico: capire cosa veramente ci conviene per vivere tutti meglio. Accettiamo che venga deriso qualsiasi avvertimento su dove stiamo portando il nostro pianeta senza minimamente scomporci. Passiamo da un mostruoso crack finanziario ad un’altro senza batter ciglio. E’ tutto lì, chiaro come il sole: ma non facciamo niente perché cambi. La verità è che non abbiamo una prospettiva con cui vedere le cose. Ci manca un’idea forte di futuro. E attenzione: perché manca in Italia, dove ci siamo impantanati fin sopra i capelli senza nessuna evoluzione percepita, ma manca anche in gran parte del mondo che noi consideriamo di riferimento. Ci manca una spinta dettata dall’immaginazione: è come se si fosse spento il ragionamento sui grandi temi, sul medio e lungo periodo. Viviamo incalzati dal ritmo di una vita dalla quale non riusciamo a fuggire. Siamo talmente presi a gestire e sfruttare il presente che uno sguardo al futuro farebbe solo perder tempo.

E quindi chi vuole continuare a vivere mantenendo questo stato di cose può tranquillamente rimanere in vacanza. Lasciateci le strade vuote, il silenzio e i parcheggi di questi giorni. Ho il sospetto che se voi invece di essere sopportati cominciaste ad essere allontanati per i vostri comportamenti si comincerebbe a vedere un sentiero da percorrere per vivere meglio. Ci vuole un’ondata di obbedienza civile che nasca sì dall’orgoglio ma soprattutto dalla convinzione che potremmo ricominciare a camminare, ad avere un obiettivo, degli ideali condivisi che ci uniscano e ci caratterizzino. E’ difficile. E’ possibile.

Ps. Veltroni: ci può spiegare come possiamo smettere di vivere dominati solo da passioni tristi aprendo un confronto su un progetto fatto di persone (nomi e cognomi), investimenti, scadenze, etc. mettendo insomma intorno al tavolo tutta quella serie di “dati tecnici” che caratterizzano ogni buon progetto nel terzo millennio?