La vicenda del mancato reintegro dei tre operai licenziati lo scorso luglio ha confuso anche gli amici più fidati di Marchionne, coloro che si sono allineati alle scelte del “manager globale” da quando ha intrapreso la strada della Fabbrica Italia e della Fabbrica-mondo. Pensiamo a Raffaele Bonanni o a Pietro Ichino che si sono detti meravigliati per la scelta dell’azienda torinese di andare a uno scontro frontale con la Fiom. Eppure Marchionne va avanti. Lo spiega in un’intervista informale resa al Corriere della Sera e trova il supporto di Confindustria, almeno a giudicare dall’editoriale non firmato pubblicato il 24 agosto. Editoriale che costituisce un profilo programmatico. Perché il giornale confindustriale colloca le scelte di Marchionne nel quadro della strategia Fiat di investimento nel nostro Paese, quadro che dovrebbe stare a cuore a tutti perché se naufraga l’investimento Fiat naufraga il sistema industriale italiano. Una moderna versione del famoso motto di Agnelli: «Ciò che va bene alla Fiat va bene all’Italia». E quindi, spiega il giornale diretto da Gianni Riotta (sic), se la Fiat riconoscerà che ci sono le condizioni per investire in Italia bene, altrimenti «l’Italia perderà ulteriore ranking nelle scelte degli investitori» ovunque siano collocati. La Fiom, spiega Il Sole, è di fronte a una scelta netta: o accetta compromessi e negoziati «anche amari», come seppe fare Trentin, oppure sceglie le convenienze di sigla e quindi perderà «per sempre la chance di guidare verso il futuro il movimento dei lavoratori». L’invito alla Cgil è conseguente: il passaggio da Epifani a Camusso dovrebbe servire a questo, «a completare la maturazione del più grande sindacato italiano in vero partner della produzione», il sindacato che propone Bonanni e che la Uaw, i metalmeccanici Usa, ha già dimostrato di saper essere garantendo il salvataggio di General Motors e Chrysler.

E così il punto è di nuovo quello, il modello “americano” che Marchionne ha scoperto alla corte di Obama e che vuole importare in Italia. Del resto, è ancora l’editoriale del quotidiano salmonato a spiegarcelo: una multinazionale come la Fiat che vuole produrre nel nostro paese «può farlo secondo le regole mondiali o deve rassegnarsi a farlo all’italiana»? Dove “all’italiana” significa sottostare al «diritto del lavoro italiano» che rende sconveniente investire in Italia.

Se si vanno a guardare i dati sugli Investimenti diretti in Italia (Ide) si scopre però che l’Italia fino al 2007 – cioè prima della crisi – vedeva crescere impetuosamente tali investimenti (fino a 34 miliardi di dollari) senza particolari problemi. Poi, con la crisi, c’è stato il crollo (-57%) ma che ha riguardato tutti i paesi occidentali. Se poi si vanno a leggere le motivazioni delle difficoltà a investire in Italia, redatte ad esempio dall’Unctad (organismo economico dell’Onu), si legge che l’arretramento italiano dipende dalla «scarsa istruzione dei lavoratori» o dalla «lunghezza del processo civile», cioè dalla mancanza di certezze giuridiche. Nessuno che si lamenti dello Statuto dei lavoratori. Tanto che i paesi europei ad attrarre di più investimenti esteri sono Germania e Francia che certo non vantano un diritto del lavoro peggiore di quello italiano.

In realtà, quello che va bene alla Fiat è solo quello che… va bene alla Fiat e a nessun altro. Certo, la sparizione dello Statuto dei lavoratori farebbe comodo a tutti e infatti il ministro Sacconi, che con le imprese ha un feeling del tutto particolare, si sta impegnando a fondo per conseguire l’obiettivo. Ma quella della Fiat è una partita per la propria sopravvivenza. In Italia ha bisogno di sostituire la fine degli incentivi pubblici con la diminuzione drastica del costo del lavoro, in particolare con l’aumento della sua durata e intensità. Di questo si tratta. Lotta di classe si sarebbe detto una volta. Oggi non va di moda ma la sostanza è quella.