Ha scosso le coscienze del Regno Unito denunciando in televisione il suo “omicidio compassionevole”, ma era tutto falso. E ora è sotto accusa per aver fatto  ingannato le forze di polizia con il suo racconto. Questo il nuovo capitolo della vicenda giudiziaria che ha coinvolto Ray Gosling, 71 anni, autore di documentari e volto televisivo della BBC. La storia comincia quando lo scorso febbraio Gosling, durante un programma su una tv locale, confessa che, molti anni prima, ha aiutato a morire il suo compagno, malato terminale, sulla base di un accordo stipulato tra i due. “Ho ucciso una persona. Era stato il mio ragazzo, e si era ammalato di Aids. Ho preso il cuscino e l’ho soffocato fino a farlo morire. Non ho nulla da rimproverarmi”. Gasling poi non risparmia di contestualizzare il fatto, che è accaduto nei primi anni della diffusione del virus Hiv, quando ancora non esistevano cure efficaci. E descrive l’assenso silenzioso da parte di un medico: “Ho chiesto al dottore di lasciarmi solo… Giusto per un po’, e lui è uscito. Al suo ritorno ho semplicemente detto che il mio amico se n’era andato. Poi non abbiamo più detto niente”. Un atto di umana pietà: “Quando ami qualcuno è difficile vederlo soffrire. E noi avevamo stretto un patto. Mi aveva detto che se il dolore fosse aumentato e non ci fosse stato più nulla da fare, non avrei dovuto farlo durare”.
Più volte fermato e interrogato dalla polizia negli ultimi mesi, arrestato e rilasciato dietro cauzione, secondo il comunicato reso sabato scorso dalle autorità giudiziarie, Gosling avrebbe in realtà mentito sulla vicenda. “Non l’ho fatto per ottenere pubblicità o visibilità – si è giustificato –  volevo solo testimoniare storie raccolte da tanta gente che mi ha raccontato i patti stretti con i loro cari”. Un tentativo estremo per squarciare il velo d’ipocrisia che avvolge la “dolce morte” in Gran Bretagna. Tema di cui si è fatto a lungo portavoce nel corso della trasmissione televisiva Inside Out.
Il caso di Gosling è il simbolo di molti altri, realmente accaduti, che continuano a dividere ferocemente l’opinione pubblica britannica. Sempre nel mese di febbraio, lo scrittore umoristico Terry Pratchett, aveva avanzato la proposta di istituire un tribunale indipendente che potesse consigliare i malati terminali e i loro cari a prendere la decisione giusta sulla scelta del suicidio assistito. Pratchett, i cui libri sono molto venduti sia in Gran Bretagna che negli Stati Uniti, ha scoperto da qualche anno di soffrire di una malattia degenerativa come il morbo di Alzheimer. Durante una lezione trasmessa dalla BBC, ha fatto appello all’opinione pubblica per portare il caso all’attenzione dei legislatori. Che in effetti hanno risposto. Sollecitati anche dal caso di Debby Purdy, malata di sclerosi multipla, che nel luglio 2009 aveva invitato le autorità a stabilire una serie di regole a tutela di chi favorisce il suicidio assistito. Nei primi mesi del 2010, il procuratore generale (Director of Public Prosecution) Keir Starmer ha reso pubbliche una serie di normative a supplemento del Suicide Act del 1961, la legge in vigore in Inghilterra (in Scozia manca una normativa in materia) che, almeno formalmente, vieta qualsiasi tipo di suicidio assistito compresa l’eutanasia.
Un parente o congiunto della vittima, ha chiarito Starmer, rimane passibile di indagine principalmente se c’è il sospetto che possa ottenere benefici economici dalla vittima, se il malato ha meno di 18 anni, o versa in condizioni di grave infermità mentale. Più in generale se la volontà del paziente non è espressa in modo chiaro. Al contrario, sarà scagionato dalle accuse se sarà accertata la volontà di morire del malato e se chi l’ha aiutato a farla finita è stato mosso interamente da sentimenti di pietà e compassione.