A Londra per imparare come si organizza una campagna elettorale. Tre ragazzi, tutti sotto i venticinque anni, che vivono e lavorano nel Regno Unito sono gli animatori di Labour Friends of Italy (LFIT), un progetto che ha l’obiettivo di trarre spunto dal sistema politico britannico per provare a  rinnovare quello italiano. L’idea è creare una scuola di formazione politica rivolta ai giovani italiani, studenti e appassionati della gestione della “cosa pubblica”, che si trovano a volte senza riferimenti. Insomma, il LFIT vorrebbe preparare la classe dirigente del futuro. Con una mentalità europea. Ce n’è bisogno davvero o siamo al solito atteggiamento esterofilo e disfattista verso tutto quello che succede entro i confini nazionali?

“L’anno scorso ho avuto uno scambio con un senatore del Pd dopo una conferenza in Inghilterra”, risponde Fulvio Menghini, ventiquattro anni, direttore della neonata associazione. “Ingenuamente gli ho domandato: quando venite eletti, che tipo di formazione ricevete dal partito? L’ho chiesto perché so come vengono formati i nuovi parlamentari britannici. Il senatore mi ha raccontato che si organizza una riunione lampo in cui si dà tutto per scontato. Ad esempio il funzionamento delle Camere è considerato conosciuto da tutti attraverso i giornali. E quindi vengono congedati i neo eletti senza ulteriori spiegazioni. Solo un esempio, questo, della carenza di informazione e organizzazione anche nella vita parlamentare. Figuriamoci cosa succede quando si scende a livello della politica quotidiana!”

Trasferitosi a Londra da oltre due anni dopo una laurea in Scienze politiche a Roma, Fulvio Menghini lavora come Assistente Parlamentare a Westminster. Paragonando i meccanismi della politica d’oltremanica con i nostri si è convinto che un po’ di stile british non guasterebbe anche alle nostre latitudini. “Per almeno due buone ragioni, sostiene il presidente di LFIT. La prima riguarda il finanziamento dei partiti. In Italia, il processo è verticistico: i soldi vanno dal centro alla periferia. In Gran Bretagna, al contrario, ogni collegio elettorale deve autofinanziarsi. Ragione per cui i comitati elettorali locali hanno la necessità di rendersi autonomi e il più efficienti possibile nel venire incontro alle richieste dei cittadini.”

“Il secondo motivo – continua Menghini – è il risultato prodotto dall’unione di questo sistema decentralizzato con il collegio elettorale uninominale. In Gran Bretagna il rapporto tra parlamentare ed elettori è diretto e costante. Non si limita, come accade in Italia, alle poche settimane precedenti il voto. E questo porta ad una maggior partecipazione dei cittadini alla vita pubblica. Gli elettori si rivolgono al parlamentare espresso dal proprio collegio, che spesso si fa conoscere personalmente da loro, anche per risolvere problemi che a noi sembrerebbero amministrativi. In Italia, al contrario, per colpa dell’attuale legge elettorale i cittadini spesso non hanno idea di chi sia il loro rappresentante perché votano i simboli e non i nomi. In Gran Bretagna  inoltre, dato che i politici fanno gli interessi dei cittadini per tutto il corso della legislatura, la campagna elettorale non rappresenta un trauma, né per gli elettori né per la classe dirigente. Piuttosto un modo per conoscersi ancora meglio, ed arrivare consapevolmente alla scelta del candidato”.

Siamo sicuri che in Italia questo sistema piaccia? Non è fin troppo organizzato, e troppo distante dalla nostra mentalità? “E’ vero, dovendo scegliere un modello europeo, la sinistra italiana ha guardato con interesse piuttosto alla gauche francese, risponde Menghini, sentendosi troppo lontana dalla tradizione britannica. Oggi siamo anche maturi per rivolgerci a quanto c’è di buono anche qui. Prima delle le elezioni del 1997, stravinte da Tony Blair, i laburisti inaugurarono un sistema di dialogo costante con gli elettori, che li portò a governare, almeno inizialmente,  sapendo davvero che cosa la gente voleva”. Nient’altro che l’essenza della democrazia, verrebbe da dire.