Le carceri scoppiano, ma in Puglia ci sono una decina di penitenziari costruiti agli inizi degli anni novanta. E mai entrati in funzione.

Uno di questi a Bovino, in provincia di Foggia. Un carcere che avrebbe dovuto ospitare 120 detenuti. “Un assurdo, una vergogna”, dice Vincenzo Nunno, assessore al comune di Bovino, che da anni si batte per cercare di sbloccare la situazione. “Abbiamo chiesto ripetutamente al ministero di sapere che cosa intendevano fare di questa struttura – continua l’assessore – ma fanno fatica a risponderci e poi ci dicono cose spesso contradditorie. In pratica ancora non si sa se questo patrimonio abbia una qualche destinazione”. Una paralisi sconcertante a cui però Nunno non si rassegna. “Le carceri di Foggia scoppiano – dice – e noi abbiamo questo penitenziario che a poco a poco cade a pezzi. Non credo che valga la pena di recuperarlo come carcere: è stato costruito senza le minime garanzie di sicurezza, con le porte in cartone, e senza le sbarre protettive necessarie. Meglio pensare a un diverso utilizzo: abbiamo già fatto delle proposte, ma non ci danno retta. E Bovino non è l’unico comune pugliese che si trova in queste condizioni”.

Il caso più clamoroso infatti si trova a Monopoli, in provincia Bari: “Una struttura carceraria di trent’anni fa – dice Vincenzo Nunno – mai inaugurata e che non ha mai ha ospitato carcerati. Ora occupato da sfrattati, almeno quello un qualche uso l’ha trovato”. Ma l’elenco delle carceri abbandonate è lungo. Ci sono strutture mai entrate in funzione nella zona di Foggia a Volturara, Castelnuovo della Daunia e Accadia e in provincia  di Bari a Minervino Murge, a Casamassima e ad Altamura. “Tutti questi edifici hanno un padrino: Franco Nicolazzi (il ministro delle “carceri d’oro”, condannato in via definitiva a 5 anni di reclusione)”, spiega l’assessore Vincenzo Nunno. “Aveva i soldi e le imprese da far lavorare. Bastava mettersi d’accordo con il segretario comunale e le carceri sono cresciute come funghi. Non importa che poi siano finite come sono finite. Quello era il modo di governare. Per troppi anni si sono chiusi gli occhi su questi scempi: è ora di rimediare, di salvare il salvabile. Noi di idee ne abbiamo tante per recuperare patrimoni che comunque potrebbero essere messi a disposizione della collettività, ma non possiamo muoverci. Abbiamo bisogno di avere un interlocutore credibile nel ministero, altrimenti siamo paralizzati. Si tratta alla fine di risorse nate male ma che non si devono dimenticare. Soprattutto in periodi come questi, con i comuni alla disperata ricerca di risorse per dare risposte ai bisogni dei cittadini”.

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