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Ambiente & Veleni | di Ferruccio Sansa | 14 agosto 2010

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Dolomiti, il sacco dei monti pallidi

L’Antersasc. Pochi lo conoscono: devi salire quassù per sentire il silenzio delle Dolomiti, perché ogni luogo ha un suo silenzio, diverso da tutti gli altri. Ti arrampichi su per la Val Badia, abbandoni l’auto a Juel e poi lentamente ti incammini. Sali e a ogni passo lasci un pezzo dei rumori che porti con te: prima il grido delle auto che arrancano in salita, poi le suonerie dei cellulari (“assenza di campo”), le voci delle persone, le campane dei paesi in lontananza attutite dai prati. Alla fine resta il calpestio dei tuoi passi che ti viene dietro come se ti inseguisse. Allora ti puoi fermare e chiudere gli occhi: non senti più nulla. Eccolo, il silenzio delle Dolomiti, umido come il bosco di larici e cirmoli che hai intorno, morbido di muschio. Freddo dell’aria che scende dalle vette. Per questo chi conosce le Dolomiti sale all’Antersasc: non per raggiungere una meta, ma per allontanarsi da qualcosa. Allora immaginatevi la sorpresa quando, mesi fa, avviandosi per il sentiero ci si è imbattuti in una strada. Non una piccola traccia, ma una sterrata larga oltre 3 metri che saliva per più di un chilometro e mezzo (ma diventeranno due e mezzo). Ai lati decine di larici secolari abbattuti e poi quella ruspa gialla su per il bosco e una scia di terra scoperchiata. Anche il silenzio era scomparso.

Il funerale di una montagna
No, questa non è la storia di uno scempio edilizio da milioni di metri cubi che stravolge una regione, come quelli della pianura veneta o delle coste liguri. Una strada lunga due chilometri e mezzo può sembrare, forse è, una piccola cosa. Ma di sicuro è anche un segno, perché siamo nel cuore del parco Puez-Odle, uno dei più intatti e selvaggi delle Alpi. Ai piedi delle Odle, quei massi alti centinaia di metri che sembrano caduti dal cielo per piantarsi dritti nei prati.
Una ferita per le Dolomiti, una delle tante, però. Così da queste parti qualcuno ripete sempre più spesso un nome: Dresda. Ma che cosa c’entra la Germania con i Monti Pallidi al confine tra Trentino-Alto Adige, Veneto e Friuli? “Dresda era stata inserita nell’elenco dei beni patrimonio dell’Umanità, poi si è deciso di costruire un ponte sull’Elba per collegare le due parti della città. E l’Unesco ha ritirato il riconoscimento”, racconta Michil Costa, albergatore di Corvara. Aggiunge: “Se continuiamo così anche le Dolomiti perderanno il titolo che hanno conquistato appena nel 2009”.
Da mesi Michil non pensa ad altro, a quella strada che sale tra larici e prati al “suo” Antersasc. Appena può, con Giovanna Pedrollo, si arrampica su per la montagna per fotografare il cantiere. Costa non è tipo da arrendersi, ha un carattere pirotecnico, così le sta tentando tutte perché quella strada sia fermata e diventi un caso. In Alto Adige, ma non solo. “Abbiamo lanciato delle iniziative, magari provocatorie, ma non vogliamo mancare di rispetto a nessuno”, racconta Michil. Si riferisce a quei necrologi comparsi sui giornali altoatesini: “Resterai sempre nei nostri cuori per tutto quello che ci hai dato e che hai fatto per noi, Munt de l’Antersasc”. Poi la cerimonia funebre: decine di persone in corteo al passo delle Erbe, turisti e la gente della Val Badia e della Val di Funes. “Un’iniziativa di dubbio gusto”, l’ha bollata qualcuno. Chissà, una cosa però è certa: da giorni in Alto Adige non si parla d’altro.

Una strada, ma per chi?
Vero, non è tutto bianco o nero, qui non si tratta di una colata di cemento per riempire le tasche dei soliti noti: “Abbiamo approvato il progetto perché il percorso consentirà di raggiungere una malga altrimenti abbandonata. Le nostre montagne sono così belle perché sono abitate. Oggi non possiamo più pretendere che i contadini portino a spalla il sale per gli animali o la legna per riparare la malga”, racconta Luis Durnwalder, presidente della Provincia di Bolzano. Ma più d’uno solleva dei dubbi: “Si spendono centinaia di migliaia di euro pubblici per costruire una strada che ha un impatto devastante sul paesaggio”, attacca Andreas Riedl, direttore della federazione Protezionisti sud-tirolesi. Aggiunge: “Non solo la Provincia ha dato il via libera al taglio di decine di larici secolari, ma lo ha anche finanziato (il primo tratto del percorso, circa un chilometro e mezzo, è costato 116mila euro, il secondo deve ancora essere realizzato)”. Durnwalder replica: “L’abbiamo pagata noi perché è una strada forestale”. Ma soprattutto c’è di mezzo un parere negativo degli stessi uffici provinciali: “La commissione Tutela del Paesaggio aveva dato parere negativo. Nonostante la bocciatura, il presidente Durnwalder ha deciso di andare avanti lo stesso”, ricorda Michil Costa. E domanda: “Ma voi credete davvero che quella strada dove passano anche i camion servirà soltanto per una malga? Vedrete, poi magari nascerà un ristorante, e alla fine ci passeranno decine di auto ”. La Provincia invece giura: “La strada servirà soltanto per i trattori. Quella resterà una malga”.

Marmolada, il gigante ferito
Chissà quante persone ogni anno salivano all’Antersasc. Poche. Ma quella strada non riguarda soltanto loro. Ora tutti – i turisti, ma soprattutto la gente di qui – si chiedono dove stiano andando le Dolomiti. E allora la storia non riguarda soltanto le Odle, ma anche il gigante dei Monti Pallidi. La Marmolada, che riconosci subito per quella vetta che arriva alle nuvole. Un gigante, però, ferito, con quel ghiacciaio che ogni anno si ritrae. Chissà se sia per il “global warming” oppure per quei pali della funivia piantati nel ghiaccio. Adesso ai suoi piedi hanno addirittura deciso di costruirci un residence. Lo chiamano così, ma è molto di più: un palazzo da 100 appartamenti con intorno 54 chalet, il centro benessere, quello per congressi, piscine coperte, saloni, negozi, palestre. Secondo i primi calcoli, il complesso dovrebbe contare quasi 90.000 metri cubi di nuove costruzioni (e pensare che la Regione gli ha già dato, nel 2007, una bella sforbiciata). Ai tre abitanti di Malga Ciapela si aggiungeranno novecento persone. Ma ormai qui i progetti fioriscono più delle stelle alpine: si parlava di realizzare una pista, con tanto di tunnel scavato nella roccia, per collegare la Marmolada e il San Pellegrino anche se i comuni di Falcade (Belluno) e Soraga (Trento) l’hanno bocciata. A promuoverla, come il resort della Marmolada, la famiglia Vascellari, signori degli impianti di risalita veneti alla guida degli industriali bellunesi. E c’è il progetto di un impianto che dovrebbe collegare Cortina con San Vigilio di Marebbe (ai margini della zona vincolata) e il Sella Ronda, il giro del Sella che ogni anno attira mezzo milione di sciatori: “Cortina è isolata, bisogna collegarla alla Val Badia, sarebbe per tutti un’occasione unica. Si potrebbero fare sessanta chilometri con gli sci ai piedi”, già sogna Mario Vascellari che fa parte anche del Consorzio ampezzano che gestisce gli impianti a fune. Peccato che di mezzo ci siano gli alpeggi vergini del Col di Lana. A Sappada (Belluno) invece dovrebbe essere realizzato un nuovo albergo da 180 stanze. In Alta Badia gira da tempo l’idea di un rifugio futuristico firmato dal designer Ross Lovegrove. Sembra una navicella spaziale in mezzo ai prati. “Per non parlare delle nuove piste alla porte delle Dolomiti, nella zona di Folgaria, che spazzeranno via tanti pascoli e la memoria della Prima guerra mondiale”, racconta Luigi Casanova di Mountain Wilderness.
“Chissà che cosa dirà l’Unesco”, dicono gli ambientalisti. Bisogna agitare lo spauracchio di una bocciatura internazionale, perché da soli le nostre montagne non riusciamo a difenderle.

da il Fatto Quotidiano del 14 agosto 2010

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