Quando parlo di ‘Caso Catania‘ non mi riferisco a polemiche calcistiche nè a bollette della luce pagate dallo Stato invece che dal Comune, ma a quello ‘scandalo’ politico-giudiziario ‘scoppiato’ (anzi, soffocato sul nascere) alla fine del 2000. Uno scandalo che sembra del tutto dimenticato e del quale nessuno parla più.
Nel 2006 tentarono di riportare alla luce questa storia Marco Travaglio, Flores d’Arcais e Giuseppe Giustolisi, che furono ripagati da uno dei principali protagonisti, il magistrato Giuseppe Gennaro, con una querela per diffamazione a mezzo stampa, da cui è nato un processo tuttora in corso davanti al Tribunale di Roma.
Il Caso Catania assunse dimensione pubblica grazie al coraggio ed alla dirittura morale di Giambattista Scidà, allora presidente del Tribunale per i minorenni di Catania, che ebbe modo anche di riferire al riguardo in Commissione Antimafia nel dicembre del 2000.

I media hanno tentato sempre di ‘insabbiare’ il caso sia a livello locale che a livello nazionale, occultandone del tutto l’esistenza. Forse perchè in questa storia sono coinvolte troppe ‘personalità’ e l’argomento è piuttosto scottante. Si tratta infatti delle vicende di un sistema di potere, quello catanese, quasi perfetto, nel quale hanno parte la più potente lobby giudiziaria d’Italia, esponenti politici, detentori delle leve dell’informazione locale e nazionale, esponenti mafiosi e apparati imprenditoriali.

Coinvolti, chi più chi meno, alcuni potenti personaggi catanesi, ma ad essere particolarmente interessante è la posizione di due di loro: il Dott. Giuseppe Gennaro, eletto in passato a capo dell’Anm dopo essere stato membro del Csm, e la dalemiana capogruppo al Senato del PD Anna Finocchiaro (già magistrato in servizio proprio alla Procura di Catania). Altrettanto interessante è il coinvolgimento dell’appena eletto vice-presidente del Csm Michele Vietti, che faceva parte anche di quel Csm che nel 2001 insabbiò il Caso Catania.
Il dott. Gennaro, oggi leader indiscusso della corrente Unicost, a lungo Procuratore Aggiunto presso il Tribunale di Catania, già membro del Csm (1994-1998), e due volte Presidente dell’Anm (1999 e 2006), nel 1991 acquistò casa da un’impresa legata (ne era socia la moglie) all’imprenditore mafioso Carmelo Rizzo di San Giovanni La Punta, prestanome del clan Laudani. Di lui hanno parlato diversi pentiti, sottolineando gli sconti che l’imprenditore riservava a magistrati e politici cui vendeva villette lussuose in quel di San Giovanni La Punta, paese alle pendici dell’Etna permeato di infiltrazioni mafiose a tutti i livelli, tanto che la sua amministrazione comunale fu due volte sciolta per infiltrazioni mafiose.

Secondo Giambattista Scidà, magistrato la cui levatura morale e intellettuale non è mai stata messa in discussione nemmeno dai suoi avversatori, il silenzio dei media negli ultimi trent’anni è sempre stato funzionale a nascondere le responsabilità delle amministrazioni pubbliche succedutesi nel comprensorio catanese e le responsabilità della mancata repressione della criminalità politica da parte delle Procure della Repubblica. E soprattutto ad occultare il ruolo centrale avuto nello stesso periodo da Catania negli eventi criminali e nel destino della Nazione, fin dagli omicidi di Carlo Alberto Dalla Chiesa e di Giuseppe Fava.

Nell’articolo per cui furono denunciati Travaglio, d’Arcais e Giustolisi, si descrissero i ruoli dei protagonisti della vicenda e si fece anche riferimento alla simulazione dell’atto di vendita a Gennaro (per non far figurare il nome della società legata a Rizzo come venditrice diretta della casa).

I rapporti tra Rizzo e il clan Laudani sono noti fin dai primi anni ottanta, eppure Gennaro, così come il cognato di Anna Finocchiaro (anche lui acquirente di una villa), sembrò non esserne a conoscenza. Così il magistrato acquistò una bifamiliare, nel 1991, ottenendo anche una sanatoria dal Comune di San Giovanni La Punta, poichè parte dell’immobile era abusivo.

Nell’atto di compravendita non risultano i nomi della “Di Stefano” (ditta di cui è azionista la moglie del mafioso Rizzo) nè dello stesso Carmelo Rizzo. Si preferì far comparire come venditore il signor Arcidiacono, che, sentito dagli investigatori, ammise a verbale che si era trattato di un contratto simulato nel quale egli aveva avuto solo la funzione di prestanome, per evitare che venditrice apparisse la società che aveva edificato la villa.

Nel 1993 il Prefetto di Catania ottenne lo scioglimento del Comune per mafia. Responsabile di tali infiltrazioni negli uffici dell’amministrazione fu proprio quel Carmelo Rizzo che costruiva le villette. Nel frattempo, lo stesso, finito nel 1996 sotto processo per mafia, fece sapere di essere in procinto di collaborare con la giustizia. Per questo motivo, nel febbraio 1997, la mafia lo uccise. La Procura di Catania, però, non mostrò alcuna “passione” nelle indagini su questo assassinio.

Di Rizzo si è tornato a parlare nel processo a carico dell’imprenditore Sebastiano Scuto, laddove sono emersi inquietanti particolari sui rapporti tra mafia, politica e imprenditoria in quel di San Giovanni La Punta. Durante questo processo è stato ascoltato un ispettore di Polizia militante dei Ds, che raccontò di aver conosciuto Anna Finocchiaro e di averle segnalato il pericolo che il dott. Gennaro acquistasse una casa da una ditta in odor di mafia. La senatrice, visibilmente sorpresa dalla rivelazione, affermò che avrebbe avvertito il giudice. Sappiamo già tutti come andò a finire: sia il giudice che il cognato dell’onorevole Finocchiaro acquistarono casa da quell’impresa legata al mafioso Rizzo. L’ispettore, invece, ricevette minacce direttamente in Questura, dove lavorava.

Terribile anche l’esperienza del pm Nicolò Marino, che, come Scidà, ha denunciato le nefandezze del Caso Catania, attirandosi le ire della lobby giudiziaria catanese rappresentata dal blocco maggioritario della corrente Unicost guidata da Gennaro. Marino è stato ‘spedito’ due volte davanti al Csm. Una volta per un procedimento disciplinare, l’altra per un trasferimento per pretesa incompatibilità ambientale (indagava troppo e, alle volte, su personaggi troppo vicini, e perfino parenti, rispetto ai colleghi della Procura). La prima voltà sarà assolto, la seconda sarà lui stesso a chiedere di essere trasferito, e andrà a lavorare a Caltanissetta. Le sue dichiarazioni sul caso, però, servirono a smuovere le torbide acque catanesi, e nel 2003 il consigliere del Csm Ronco chiese il trasferimento del dott. Gennaro per incompatibilità ambientale, proprio a seguito della vicenda che lo vide protagonista nel 1991. Peccato che questa presa di coscienza non colpisca altri che Ronco. Gennaro infatti rimase al suo posto, dove tuttora si trova, in trepidante attesa di assumere la guida della Procura, al momento in cui l’attuale Procuratore capo Vincenzo D’Agata andrà in pensione.

Quando Scidà e Marino accusarono Gennaro di aver acquistato casa da un mafioso, Gennaro portò al Csm l’atto notarile in cui il venditore risulta essere quel brav’uomo del sig. Arcidiacono, e quindi i due magistrati finirono per apparire come dei calunniatori. A difendere strenuamente il dott. Gennaro fu, fra gli altri, Michele Vietti, oggi vice-presidente del Csm, dal quale aspetto ancora delle risposte in merito alla sua appartenenza/vicinanza alla massoneria. La Procura di Messina comunque indagò Gennaro e altri magistrati catanesi per concorso esterno in associazione mafiosa e per altri reati. Nel 2004 tutto venne archiviato, ma gli stessi pm messinesi riconobbero che Gennaro avesse mentito negando di conoscere Carmelo Rizzo. Gennaro, infatti, ben conosceva il mafioso Rizzo. In Italia, però, se si è indagati non costituisce reato dire bugie, per cui finì con un nulla di fatto.

Certo, da magistrati che acquistano case da mafiosi e da politicanti che difendono l’indifendibile Salvo Andò, che invitano a dibattiti politici gli avvocati del premier promotori di svariate leggi-vergogna, e che pongono la sua veneranda età come unico ostacolo per l’ascesa di Andreotti ai vertici dello Stato, glissando invece sulle sue vicende giudiziarie di politico-mafioso, non potevamo aspettarci che sostegno a personaggi altrettanto preoccupanti come Michele Vietti, compagno di partito di Salvatore Cuffaro, Saverio Romano e Domenico Miceli.

Il Csm infangò se stesso apprestando protezione all’imbarazzante operato del dott. Gennaro e delegittimando Scidà e Marino, e continua oggi a infangare se stesso con l’elezione di Vietti a vice-presidente, con una linea di continuità che non fa sperare nulla di buono, soprattutto ai cittadini che vorrebbero finalmente scoperchiato il vaso di Pandora del Caso Catania.

Il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) è un organo di rilevanza costituzionale. Esso è l’organo di autogoverno della Magistratura ordinaria. Ha lo scopo di garantire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura dagli altri poteri dello Stato, in particolare da quello esecutivo. Sarà vero?

Se la stampa, locale e nazionale, si occupasse del Caso Catania e si preoccupasse di rivolgere a Michele Vietti e Anna Finocchiaro le domande che io stessa ho formulato, forse potremmo iniziare a intravedere una risposta al quesito principe: cos’è il partito unico che domina quella città, in un abbraccio che racchiude potere giudiziario, editoria, esponenti politici del centrosinistra (Anna Finocchiaro, Enzo Bianco, Giovanni Burtone…) e del centrodestra (Giuseppe Firrarello, Giuseppe Castiglione…)?
Insomma, perché Catania ha un ruolo così importante nelle sorti della Nazione?