“Per ‘character assassination’ s’intende il tentativo di macchiare la reputazione di una persona. L’assassinio mediatico viene attuato solitamente esagerando o manipolando alcuni fatti, anche veri, con lo scopo di presentare un’immagine falsa dell’obiettivo designato. La vittima rischia che le accuse che gli vengono rivolte lo perseguitino per tutta la vita e, nel caso di personaggi storici, anche per alcuni secoli dopo la morte”.

Questa, per Wikipedia, è la definizione di una delle armi (sporche) in mano alla politica contemporanea: il “Character assassination”, ovvero l’uccisione per via mediatica di un “personaggio” politico (il termine “character” viene utilizzato in inglese anche per indicare il personaggio di un film, o di un videogioco).

“L’assassinio mediatico – continua la definizione – può essere perpretato attraverso la diffusione di notizie distorte, rumors e insinuazioni, o attaverso atti deliberati di disinformazione; può comprendere inoltre la diffusione di informazioni che sono tecnicamente vere, ma che vengono presentate in modo ambiguo e prive del necessario contesto”.

Non è difficile vedere come questa tecnica studiata dagli scienziati politici Usa, si adatti bene all’attualità italiana ed alla campagna dei media berlusconiani contro Gianfranco Fini. In America sono sempre più frequenti i casi di character assassination. Il candidato democratico alla Casa Bianca nel 2004 Johnn Kerry, eroe pluridecorato del Vietnam e poi pacifista, venne investito in piena campagna elettorale da una serie di spot tv realizzati dal gruppo Swift Boat Veterans for Truth, veterani del Vietnam che, pur non avendo preso parte ad azioni militari con lo stesso Kerry, ne mettevano apertamente in dubbio l’eroismo e lo accusavano di codardia sul campo e di atti di violenza gratuita nei confronti di civili (simili accuse investirono anche il repubblicano Johnn McCain nelle presidenziali del 2008).

Anche con Barack Obama è stata tentata più volte questa strada. Vari gruppi conservatori hanno provato (inutilmente) a dimostrare che il presidente nero non è nato in America. Non solo: durante la campagna per le primarie, lo stesso staff di Hillary Clinton, sua concorrente in affanno, fece uscire una foto di Obama che indossava un vestito tradizionale keniota con tanto di turbante: l’obiettivo era suggerire l’idea che il futuro presidente fosse di religione islamica. Due esempi, questi, di “character assassination” che, indipendente dalla veridicità dei fatti, hanno comunque influito sulle rispettive campagne elettorali e tuttora, come un venticello, contribuiscono ad alimentare un “lato oscuro” dei rispettivi personaggi.

In Italia, i tentativi di assassinio mediatico mossi contro personaggi malvisti al presidente del Consiglio, negli ultimi anni si sono moltiplicati. Come ricordato da Marco Travaglio, numerose sono state le vittime designate: “Di Pietro e gli altri pm del pool di Milano, Ariosto, Bossi, Veronica, D’Addario, persino Casini e Boffo”. Ora è il tempo di Fini. Ma c’è una differenza tra l’Italia e gli Stati Uniti. Il character assassination, negli Usa, si svolge in un contesto mediatico plurale nel quale non è immaginabile un conflitto d’interessi come quello italiano. Un contesto, con tutte le sue storture, libero: se la Fox lancia una campagna pro guerra in Iraq, poi ne risponde in prima persona in termini di ascolti e di bilancio. In Italia no. In Italia gli attacchi a mezzo stampa vengono perpretati da media la cui proprietà è direttamente riconducibile al primo ministro che li usa a suo piacimento non solo per regolare i conti con gli avversari politici, ma anche per intimidire i giudici (vedi i famosi “calzini azzurri” del giudice Mesiano) ma anche per sistemare verità imbarazzanti (vedi la campagna del settimanale Chi per sgonfiare il caso Noemi costruendo anche ad arte un nuovo fidanzato della vergine di Casoria – il tronista Domenico Cozzolino che a tre mesi di distanza smentirà tutto ).

Con queste storture, l’anomalia del premier/editore/uomo-più-ricco-d’Italia è, ancora di più oggi, sotto gli occhi di tutti. Ed è la stessa democrazia a soffrirne. Fino al punto da non suonare esagerata l’accusa lanciata da Salvatore Tatarella che paragona il linciaggio in corso contro Fini a quella che fu, all’indomani della morte di Pinelli, la campagna stampa contro il commissario Luigi Calabresi: “La destra italiana – denuncia alla Gazzetta del Mezzogiorno l’eurodeputato di Futuro e Libertà fratello di Pinuccio, mente strategica della fu Alleanza Nazionale – non ha mai messo in discussione le istituzioni con la truculenta di questi giornalisti prezzolati di Libero il Giornale e Panorama, e dei loro mandanti. L’unica vittima di un linciaggio mediatico di queste proporzioni che mi viene in mente, è il commissario Luigi Calabresi”. Anche le peggiori ferite degli anni di piombo vengono riaperte in questi giorni di veleni.