Le poche tracce rimaste della mia breve esperienza parlamentare parlano di un’opposizione da sinistra all’allora governo Prodi. Non ne sono pentito, credo fosse giusto, lo rifarei domani. Se la politica non è legata a punti fermi e princìpi di fondo – allora era il no alla guerra e la richiesta di una “exit strategy” dall’Afghanistan – non ha senso. Oppure ha senso e si riduce a quel mercato sguaiato cui ci ha abituato la politica italiana da tempo immemorabile a questa parte.
Questa rivendicazione non impedisce però, alla luce di quanto sta avvenendo in questi giorni, di riconoscere a Romano Prodi un rigore e una dignità istituzionale impensabili nel centrodestra.

Nel febbraio del 2007 bastò che mancassero due voti alla relazione di politica estera illustrata al Senato dall’allora responsabile della Farnesina, Massimo D’Alema, perché Prodi prendesse la via del Quirinale, riferisse al Capo dello Stato e tornasse in Parlamento per una verifica parlamentare della sua maggioranza. Lo stesso avvenne un anno dopo quando Mastella annunciò il suo divorzio dal centrosinistra con immancabile eleganza – «prima che mi facciate il c…voi, ve lo faccio io» – e Prodi ancora una volta decise di affondare in piedi, seduto sui banchi del governo nell’aula del Senato ad ascoltare mesto una maggioranza che gli diceva addio. Ancora nel 1998, quando fu Rifondazione, guidata allora da Fausto Bertinotti, scontratosi su questo con Cossutta, a togliergli la fiducia, fu sempre Prodi che scelse il chiarimento in aula, il voto di fiducia al suo governo a cui mancò, forse all’ultimo minuto – forse, si dice, per i calcoli sbagliati di D’Alema e di Parisi – un solo voto e che lo vide ritornare quasi in silenzio a Bologna. Intendiamoci, Prodi non è stato una mammoletta in politica o solo un cultore delle istituzioni.

Dopo la caduta del 1998, accettò di buon grado “l’esilio europeo” che gli cucì addosso Massimo D’Alema (ancora lui!) e divenne presidente della Commissione europea; tra il 2007 e il 2008 cercò in tutti i modi di salvare il proprio governo, trattando sempre con questo o quel senatore “ribelle”, cercando di concedere qualcosa, telefonando pressantemente oppure, agli inizi del 2008, cercando di trovare una nuova legge elettorale che tenesse unita una maggioranza improbabile. Però, nei momenti decisivi si fece trovare al suo posto, responsabile di fronte al Parlamento e al Paese. E così fece, ad esempio, Rifondazione comunista nel 1998 quando decise di togliergli la fiducia.

Oggi, noi assistiamo a un balletto che giustamente Famiglia Cristiana giudica «disgustoso». Il dissidio con Fini è risolto dal premier e dai suoi sodali a colpi di dossier e killeraggi mediatici. I “finiani” rispondono con minacce più o meno velate: «come ha comprato Berlusconi la villa di Arcore? Ci sono servizi deviati? Attenti che votiamo una legge sul conflitto di interessi», e così via. Lo spettacolo è indegno della politica, delle istituzioni e del buon gusto. Si potrebbe certamente dire che è consono a un centrodestra che è vissuto all’ombra dei personalismi di Berlusconi, ma anche di Casini, di Fini, di Bossi e che oggi vede esplodere proprio i rapporti personali che ne hanno cementato l’esistenza. Ma questo non giustifica un disprezzo così eclatante per la politica delle idee, dei contenuti, del rapporto con il Paese.

Hanno, Fini e Berlusconi, idee diverse sul futuro della loro alleanza? Se lo dicano in Parlamento, aprano un dibattito, facciano un congresso. Ma ci risparmino i gialli estivi peraltro di pessima fattura; ci risparmino la “guerra totale” e l’esibizione della loro virile potenza. Non ne sono capaci? Vadano a casa. Prodi lo fece, con grande dignità, ed è per questo che oggi è giusto rendergli questo onore (che però, nel centrosinistra, non ci sembra gli abbia reso nessuno).