Domenica scorsa a Locarno, al Festival del cinema, in una tavola rotonda molto raccolta, con l’unica sbavatura di due  presenze arroganti e  figlie di un marketing che a lui non è mai piaciuto, abbiamo ricordato Corso Salani e il suo modo speciale di fare cinema. Accanto a produttori, critici e signore ingombranti, c’erano anche la moglie Margherita e il fratello Jacopo, che si muove, ride e parla proprio come Corso. In un anno in cui il caso mi ha procurato tante assenze per me importanti, quella di Corso è l’unica, quando ne parlo,  che riesce a strozzarmi la voce, inceppare le parole e riempire gli occhi di lacrime, perché per me non era semplicemente un regista con cui ho condiviso tanti sogni, ma soprattutto una persona, una brava persona, con cui mi piaceva dividere il tempo, sempre troppo poco.

Corso in una sera di giugno, di questo giugno 2010, passeggiando sul lungomare di Ostia con Margherita, è morto. E’  morto davanti al mare, che se qualcuno ci crede, è il posto migliore per iniziare un altro viaggio. Io non ci credo. E allora quando mi hanno detto quello che era successo, in prossimità di un autogrill in cui sicuramente ci eravamo fermati, io e Corso, in uno dei nostri viaggi notturni a cercare di soddisfare la curiosità e la passione di un fare cinema autonomo in cui lui soprattutto era unico, io ho pianto, di dolore vero.
Perché Corso non c’è più.

Sì, mi dicono rimangono le storie che Corso ha raccontato. I suoi film, i suoi appunti filmati, le sue parole scritte.
Sì, mi dicono rimangono i ricordi delle cose vissute insieme. Corso che fa il dirigente accompagnatore nella Pablo, la mitica squadra calcistica di cineasti inventata da me; le partite della Fiorentina viste insieme alla tv, perché a me romanista mi faceva ridere Corso che tifava imprecando in toscano; le mie fughe notturne da un set per raggiungere mia moglie, che solo io sapevo allora che già portava dentro di sé mio figlio Luca, quello a cui, quando è nato, Corso ha regalato l’accappatoio con su ricamato il nome e lo scudetto della Pablo; i panini sempre uguali degli autogrill; i chilometri infiniti per andare a presentare i film nei posti più sperduti d’Italia; la campagna elettorale di Nichi Vendola filmata insieme.
Sì, mi dicono rimane un messaggio e un modo di vivere che Corso si portava dietro e che forse bisogna continuare a fare in modo che chi non lo ha conosciuto conosca.
Sì, ditemi quello che volete.

Ma io stasera vorrei stare con lui davanti a  quel mare a progettare un nuovo viaggio di Corso.
“Troviamo cinquemila euro e parto!”
“E fai un lungometraggio?”
“Certo. Il problema è che sarà meglio di quello precedente”
No, non ci credo.

Eppure domenica, dopo la tavola rotonda, parlando con Jacopo ho capito che l’atteggiamento giusto non deve essere questo. Perché Jacopo, incredibilmente simile a Corso, mi ha parlato di futuro. Ricordare Corso, costituire una Fondazione a lui intitolata, significa regalare a Corso, e forse a Margherita, e forse alla mamma e ai fratelli di Corso, un futuro, da condividere anche con Corso. Con le tue parole pacate e il tuo sguardo dolce mi hai convinto, Jacopo. Sto con te.
E allora mi sono avviato più sollevato verso la stazione per tornare a Roma. Mentre andavo ho visto Jacopo e Margherita che entravano in un bar, tenendosi per mano. Da dietro, Jacopo sembrava Corso.

E allora ho liberato di nuovo le lacrime che attentavano il mio sguardo.
Ma stranamente ero felice.