Qualche giorno fa un mio post sul sostegno di Umberto Veronesi al nucleare ha ricevuto oltre trecento commenti: articolati nelle posizioni ma sempre frutto di ragionamenti documentati che mi convincono che l’interattività del blog costituisca una ricchezza insostituibile, in particolare per me. Provo così a riprendere e approfondire il filo di quel discorso, rispondendo anche ad alcune osservazioni rivoltemi dai lettori e lettrici.

Confutavo allora la presunzione dell’oncologo di assicurare “per via scientifica” la sicurezza degli impianti nucleari, trascurando che non si tratta solo di problemi “della fisica o della matematica”, ma anche di fare i conti con l’imprevedibilità degli eventi naturali e con l’inevitabile fallacità umana nel progettare e implementare le procedure di gestione tanto più per impianti ad altissimo rischio e a insostenibile densità energetica come i reattori atomici. L’occasione di ribadire quelle posizioni mi è offerta dagli incendi che stanno devastando in questi giorni la Russia.

L’incendio imprevisto

Nella Russia sotto il flagello dell’effetto-serra, sfigurata dalle fiamme, con le temperature roventi che riscaldano laghi e fiumi da cui si ricava l’acqua di raffreddamento delle centrali nucleari, con gli incendi che fanno saltare i tralicci elettrici e quindi i meccanismi per il funzionamento dei reattori, la tecnologia atomica sta dimostrando tutta la sua vulnerabilità e pericolosità. E il pericolo maggiore non è neppure l’estendersi d’incendi peraltro inimmaginabili fino a ieri. I pericoli arrivano dall’interruzione delle linee di approvvigionamento elettrico che mettono a rischio i generatori d’urgenza da attivare in corrispondenza di ogni black-out, causando l’arresto di emergenza del reattore e il passaggio a quel regime di transizione che a Chernobyl era stato fatale. Ma chi aveva previsto, nella progettazione delle centrali, un evento come la combustione attuale della tundra che mette a nudo che il fattore di efficienza di un sistema a fissione controllata non supera il 33%, per cui il resto di una enorme quantità di calore, pena il blocco dell’impianto o un incidente catastrofico, deve essere assorbito in qualsiasi condizione dall’ambiente, magari già surriscaldato dalle fiamme e con impiego di acqua prelevata da laghi e fiumi in secca? Si potrà da ora accampare l’eccezionalità e l’irripetibilità della situazione dato che condizioni climatiche estreme sono sempre più frequenti e purtroppo una catastrofe immane ha dovuto evidenziare l’imprevidenza di Putin nel contrastare fino a ieri il protocollo di Kyoto?

Intensità dei processi energetici e vita

Se le centrali sono sicure, da dove deriva l’ansia e la paura della popolazione, la reticenza delle autorità russe e l’eccesso di zelo con cui i militari russi si stanno affannando da giorni a scavare chilometri di fossati intorno agli impianti e ai depositi? Forse sono “sicure” le centrali, ma è la vita degli uomini a essere a rischio. Se nel percorso delle fiamme ci fossero centraline solari, parchi eolici o perfino dighe, la paura sarebbe irrilevante. La verità è che i processi atomici sprigionano una densità di energia del tutto incommensurabile con quella che presiede ai meccanismi della vita, all’integrità del territorio, ai tempi di smaltimento degli effetti. Mentre pannelli, pale e piccoli invasi possono essere sopraffatti dall’energia di combustione senza effetti moltiplicatori catastrofici, la combustione di materiale radioattivo porterebbe a effetti non controllabili e non confinabili. Insomma, l’energia più distruttiva presente in natura – il fuoco – sarebbe “proiettata” dalla presenza di processi artificiali innescati dall’uomo a livelli di tale intensità da non essere smaltibile all’interno dei cicli naturali se non con la perdita irreparabile e imprevedibile di vita nello spazio e nel tempo.

L’impatto territoriale e la questione dei siti

Gli incendi in Russia hanno minacciato o stanno minacciando tre siti nucleari: il deposito di scorie di Ozersk e le centrali di Snezhinsk e Sarov. Ozersk e Snezhinsk si trovano a 50 km l’uno dall’altro, alle falde orientali degli Urali, a metà strada tra Yekaterinburg e Chelyabinsk; Sarov si trova a 4-500 km più a est, vicino alla punta settentrionale estrema del Kazakhstan, a circa 150 km da Petropavlovsk. Siamo sicuri che nella loro collocazione e nella loro progettazione sia stato previsto e sia stato tenuto in debito conto il rischio di eventi naturali dell’estensione di questi giorni? Siamo sicuri che sia stato considerato il rischio di avere due impianti importanti a distanza di soli 50 km, quando un incendio di vaste proporzioni è potenzialmente in grado di interessarli entrambi, come infatti sta accadendo? Quali contromisure sono state previste per far fronte ai suddetti rischi? La verità è che le centrali di cui parlano Veronesi e la Prestigiacomo sono quelle schematizzate sui libri, con i circuiti colorati e gli acronimi incomprensibili al vasto pubblico, separate dall’energia dell’ambiente con cui interagiranno, squisitamente astratte, avulse dal luogo in cui saranno collocate. Invece potrebbero finire su traiettorie di aerei, nelle vicinanze di boschi o di città, sul corso di fiumi in piena, vicino a faglie “dormienti”, nel mirino di possibili attentati. E basterà, nel caso italiano, un’Agenzia per la Sicurezza a individuare e imporre siti, magari risarcendo le popolazioni riluttanti e contando sul colore politico delle amministrazioni locali? Come si vede, anche qui non siamo nel campo né della fisica né dell’ingegneria nucleare.

Mi è stato suggerito da un amico – Gianfranco Prini – che, sempre in tema d’incendi, uno dei maggiori problemi sia quello delle torbiere intorno a Mosca: un tempo erano paludi in cui si impantanarono i cannoni di Napoleone, ma ora sono vaste distese aride di sterpi e torba, entrambi infiammabilissimi. Pare che nelle TV russe si stia discutendo di ripristinare una cintura di zone umide intorno alla città. A prima vista sembra un rimedio adeguato. Ma perché alla cintura umida non ha pensato nessuno finora?

Si può, cioè, con la crisi climatica alle porte e con le catastrofi atmosferiche in corso, continuare ad affrontare la politica energetica come se non fossimo alle prese con una dimensione del problema ambientale del tutto inedita? Possibile che non si sappia riconsiderare l’ambiente in base ad un punto di vista che tenga insieme acqua, terra (agricoltura), fuoco (energia) e vento (atmosfera), quali elementi integrati entro cui si gioca il delicato equilibrio della vita?