L’amore o la passione non c’entrano nulla. E nemmeno i “raptus”, che implicano una totale o parziale incapacità di intendere dell’assassino. Gli omicidi di donne non hanno a che fare con la follia, ma con una escalation di violenza, fino a uccidere. Queste morti sono premeditate.

I femminicidi, cioè le uccisioni di donne per il loro genere, hanno subito un incremento significativo nell’ultimo decennio. Secondo il rapporto del 2008 di Eures-Ansa, su “L’omicidio volontario in Italia”, uno su quattro avviene in famiglia e la vittima è una donna. Gli assassinii fra le mura domestiche sono più frequenti al Nord e la Lombardia è la prima in classifica. Il 70,7% dei femminicidi, nel 2008, è stato compiuto all’interno di contesti familiari e il 21,8% delle vittime di sesso femminile ha  tra i 25 e i 34 anni. Quando un uomo arriva a uccidere una donna spesso l’ha minacciata per lungo tempo. A volte la violenza è preceduta da episodi di stalking. Solo oggi, in poche ore, si registrano almeno tre casi: nelle Marche, un uomo denunciato per stalking dalla madre, a Verona un altro è stato arrestato per minacce alla ex compagna e a Genova un terzo in manette perché perseguitava la ex moglie.

E’ fondamentale riconoscere e prevenire questi casi, fare formazione e sensibilizzare. Paola Perrone si è occupata delle iniziative per le pari opportunità della regione Piemonte fino al 2010 lavorando, tra le altre cose, a un progetto chiamato “Melting lab” per la prevenzione della violenza contro le donne e il sostegno alle vittime. “Il fenomeno dei femminicidi è certamente in crescita – conferma Perrone – anche se il dato del sommerso, cioè delle donne che non denunciano è complesso da valutare. La violenza domestica è un fenomeno sottostimato, mentre gli stupri fanno più notizia”. Ci sono infatti alcuni luoghi comuni da sfatare per poter valutare la realtà del fenomeno. “Si tende a immaginare che violenze, che possono anche sfociare nell’omicidio, siano compiute da estranei, quando spesso sono commesse da familiari o conoscenti. Inoltre, è sbagliato immaginare che i femminicidi riguardino solo contesti disagiati. Le violenze partono anche da uomini con un buon grado di istruzione e benessere economico”.

Quali sono le cause di questa vera e propria persecuzione di genere? Secondo alcuni psicologi il motivo sarebbe da ricercare nello scarso potere che ancora oggi le donne hanno nella società. Secondo altri studi sociologici, invece, sarebbe la crescente autonomia economica e sociale femminile ad alimentare la spirale di violenza: quanto più la donna acquisisce diritti, dignità e cerca di affermarsi nella società, tanto più l’uomo si trova spaesato, in cerca di una propria identità. Si tratta di uomini che, indipendentemente dal loro status sociale, per propria debolezza, non accettano l’autonomia femminile e vogliono controllare e sottomettere la compagna per dimostrare che hanno potere.
“Non porrei la questione in questi termini – spiega ancora Paola Perrone. – In questo modo, anche implicitamente, si torna a attribuire la colpa alla parte femminile. Si identifica nuovamente nella donna un comportamento, seppur lecito, che sarebbe la causa della violenza. Questa è una mentalità insidiosa che involontariamente riconduce al luogo comune per cui la donna che subisce violenza “avrà pur fatto qualcosa per meritarlo”.

Quali sono dunque i reali meccanismi? “A mio giudizio – chiarisce Perrone – vanno ricercati in due fattori. Il primo è la frequente riproduzione di modelli familiari vissuti in giovinezza: sono ricorrenti i casi in cui la persona è cresciuta in un contesto nel quale c’era un rapporto simile tra i genitori. Per questo è fondamentale inserire, come nei nostri programmi, anche l’aspetto dell’aiuto ai bambini che hanno assistito a violenze. In secondo luogo c’è certamente il senso di inadeguatezza dell’uomo e il suo desiderio di auto affermazione che si incanala in una volontà di controllo totale sulla vita di un altro. Ma non vorrei che passasse l’idea che, in qualche modo, la causa è il comportamento di autodeterminazione femminile. Le premesse su cui si deve agire sono proprio queste: l’acquisizione dei diritti, le pari opportunità, la pari dignità dei generi. E per capire quanto ancora siamo lontani dall’idea di uguaglianza basta guardare i dati recenti sulla differenza tra la retribuzione mensile di un uomo e di una donna a parità di mansioni: lo scarto è quasi del 20%”.