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Ci sono parole che offendono. Anche al di fuori delle presunte buone intenzioni con cui vengono usate. La locuzione “di colore”, per esempio, per dire di una persona che ha la pelle nera, apparentemente gentile e politicamente corretta, è in realtà piena di ipocrisia. Perché censura l’identità e anche la bellezza del nero, riducendolo a mera allusione, dal momento che una maggiore precisione offenderebbe. Ribka Sibathu, poetessa e mediatrice culturale di origine eritrea che da molti anni vive nel nostro paese, ha condotto una battaglia personale nelle scuole perché il “di colore” venga cancellato dal vocabolario e dal parlare comune e perché si dia “del nero al nero”. Ma gli sforzi individuali non bastano. Si avverte il bisogno, in questi come in molti altri casi, di un protocollo deontologico realmente vincolante per i giornalisti che trattano temi delicati come l’immigrazione. Un primo passo, davvero apprezzabile, è la Carta di Roma, sottoscritta nell’estate di due anni fa dall’Ordine dei giornalisti, dalla Federazione della Stampa e dall’Alto commissariato Onu per i rifugiati.

Il successo della Carta è però legato a due condizioni: che vengano moltiplicati gli sforzi per diffonderla nelle redazioni, fra chi scrive i pezzi e chi li passa e li titola, e che non venga considerata come un codice dato una volta per tutte, ma un “cantiere aperto”, suscettibile di sempre nuovi arricchimenti. Infatti, se al suo primo punto il documento invita ad usare parole appropriate “al fine di restituire al lettore e all’utente la massima aderenza alla realtà dei fatti”, è anche vero che il glossario allegato è ancora piuttosto limitato. Si distingue, in definitiva, tra i migranti per motivi economici e i richiedenti asilo o protezione umanitaria, e si bandisce il termine clandestino, da sostituire sempre con migrante irregolare. Per la verità, quest’ultima parola non è del tutto soddisfacente, dato che irregolari possono essere considerati anche un italiano (o uno straniero con permesso di soggiorno) impiegati nel lavoro nero. Forse sarebbe più preciso il termine illegale, che riprende la locuzione usata internazionalmente (illegal immigration).

Clandestino e irregolare
La verità è che clandestino è un termine che designa una condizione tanto precisa, entrare in un paese eludendo i controlli di frontiera, quanto rara per l’Italia: il 90 per cento dei migranti illegali del nostro paese sono entrati regolarmente, molto spesso per turismo, trattenendosi però oltre i termini previsti. In inglese chi fa così viene definito overstayer. Manca l’equivalente italiano e la Carta di Roma potrebbe promuoverne uno (che non sia ultrasoggiornante, troppo lungo per essere usato dai giornali). Clandestino è comunque il termine considerato oggi imperdonabile. Ma ce n’è un altro che andrebbe invece perdonato e ufficialmente sdoganato: badante, in sé bruttissima parola, perché considera gli anziani come bestie da badare e chi si prende cura di loro come semplici guardiani. Cinque anni fa le Acli ne proposero l’abolizione in tronco, per sostituirla con assistente familiare. Ma oggi la pronunciamo senza pensare più alla sua etimologia. Parola breve, efficace, di grande successo, che “sta nei titoli” e viene usata dagli stessi anziani.

Anche su extracomunitario si discute. Il costituzionalista Michele Ainis lo definì su La Stampa, nel dicembre del 2007, “un termine razzista, dato che non qualifica lo straniero in base alla sua comunità d’origine, bensì solo alla nostra, alla Comunità europea dalla quale è irrimediabilmente escluso”. Già, ma allora anche straniero è un termine razzista, perché qualifica una persona in base al punto di vista della nostra comunità. Cosa dovrebbe dire un ufficiale d’anagrafe: “Senza offesa, signore, lei è per caso extracomunitario?”. Se invece è sprezzante e canzonatorio il tono con cui molti usano questo termine, la soluzione può essere nell’anteporvi il più possibile la parola “persona” o alternarne l’uso con non-comunitario.

Com’è rassicuranteil nomade
Fra le parole da riabilitare c’è poi zingaro. A consigliarla è la stessa Comunità di Sant’Egidio, che di zingari se ne intende. Rom è il termine che si riferisce alle origini storico-geografiche di questa etnia ma che, per pura assonanza, la accomuna ai romeni, nazionalità che già attira su di sé furie xenofobe. Nomadi è invece il termine politically correct, che piace anche perché contiene la semantica certezza che prima o poi se ne andranno. Al contrario, gli zingari d’Italia sono più che mai stanziali. Quando si tratta di immigrazione il problema non è poi soltanto di parole usate a sproposito. Ma anche, e forse soprattutto, di quelle sequenze di parole che chiamiamo notizie: a seconda dei casi occultate o invece pompate, distorte, contraffatte.

Anche di questo tema si occupa la Carta di Roma, il cui Osservatorio, in un recente convegno, ha rilevato una piccola tregua nel trend ossessivo di raccontare la vicenda degli stranieri in Italia come problema esclusivo di emergenza e di sicurezza.
Il timore è che la tregua sia stata semplicemente dettata dalla politica, dato che non vi sono scadenze elettorali in vista.
Lungo è dunque il cammino e ancora duro il lavoro per stimolare i media a trattare il fenomeno immigrazione nella sua compiutezza e senza pregiudizi.