La versione hardcore di La.Zombie non è ancora completata, ma sarà con tutta probabilità la prima ad arrivare in Italia: non nelle sale, ma in Dvd, rivolta al circuito gay. La versione softcore del porno vampiro che ha provocato scandalo al Festival di Locarno (non a caso è stata presentata in tarda serata e con divieto ai minori di 18 anni) è infatti troppo spinta per i normali circuiti cinematografici. Anche se al film, diretto dal quarantaseienne regista, scrittore e fotografo canadese Bruce Labruce e interpretato dalla pornostar francese Francois Sagat, l’etichetta porno va decisamente stretta. Lo zombie che si aggira in una spettrale Los Angeles popolata di homeless e di differentemente disperati individui, non porta la morte ma la vita.

Sulla sua strada il morto vivente incontra morti morti (ammazzati in regolamenti di conti, accoltellati in risse, sfracellati in incidenti stradali, stramazzati per overdose) e li resuscita. Non mordendoli sul collo ma accoppiandosi con loro nei modi più stravaganti, utilizzando qualunque orifizio di quei corpi straziati, penetrandoli con un fallo enorme, grottesco, così dichiaratamente falso (ma non ci sono effetti speciali o interventi in post produzione: il mega pene è opera del mago dell’horror splatter Joe Castro) da indurre al sorriso più che all’orrore o, crediamo, all’eccitazione. Lo zombie (che nell’espletamento delle sue funzioni ha i dentacci e il ghigno di ogni mostro che si rispetti, e anche di più) è una creatura schizofrenica («come il 70 per cento degli homeless» spiega il regista citando statistiche sui disordini mentali di questa categoria). Ha dunque un suo doppio, un senzatetto che vive tra i suoi simili sulla strada. Umano, troppo umano come gli altri disgraziati con cui condivide marciapiedi e luridi rifugi. «È incredibile la quantità di senzatetto che incontri a Los Angeles, anche nei sobborghi più ricchi» dice Labruce. Gente sola, privata di tutto a cominciare dall’umanità. Quell’umanità che, più ancora della vita, il mostro ridà ai morti attraverso l’atto sessuale. Una sorta di necrofilia a sfondo sociale. La bellissima fotografia (uno squallido diner diventa un quadro alla Hopper), le inquadrature immaginifiche (visto dall’interno, il cartone di un homeless si muta in un mondo a parte, immenso e fiabesco) fanno di La.Zombie un porno sì, ma d’arte. Del resto, come tiene a precisare il regista, «tutta la pornografia è arte: i film porno sono fatti da registi e interpretati da attori esattamente come tutti gli altri film».

Prima di La.Zombie, la stessa sala aveva ospitato King’s Road, autentica chicca made in Islanda, opera seconda di Valdís Óskarsdóttir, già acclamata montatrice (Festen, Se mi lasci ti cancello). Difficile immaginare due pellicole più diverse. Anche i protagonisti di King’s Road vivono in condizioni di disagio. Diciamo in un mondo al limite, ai confini della civiltà. Un parco per roulottes immerso nel fango e nel nulla e popolato da strane creature: un dirigente di banca travolto, nelle tasche ma ancora di più nello spirito, dalla crisi che ha messo in ginocchio l’economia islandese, la sua eccentrica madre (gira con una foca morta trasformata in borsa), il figliol prodigo tornato dalla Germania in cerca di denaro ma, soprattutto, di calore e affetto (Gísli Örn Gardarsson, visto in Prince of Persia), il suo curioso amico tedesco (Daniel Brühl: Goodbye Lenin e Bastardi senza gloria). E poi: la svanita fidanzata del padre, il bizzarro e autoritario sindaco-taxista della comunità, due fratelli che, in attesa del ritorno della madre che li ha abbandonati in fasce, dirigono lo scarsissimo traffico automobilistico locale, una coppia di attempati punk, un musicista ubriacone e la sua compagna incinta. Ma non c’è disperazione a King’s Road. Semmai perplessità, dubbi, stupore dei diversi personaggi su come la vita si accanisce su ognuno di loro. Alla faccia della crisi e del vulcano che ha offuscato i cieli d’Europa, si ride, e molto, delle vicissitudini di questa curiosa comunità, in una commedia che mai diventa farsa grazie al tocco gentile e ironico di Valdís Óskarsdóttir, autrice oltre che regista e montatrice del film. «In Islanda esistono tre parchi per roulottes, uno di questi sorge a Laugarvatn, nel Sud dell’Islanda, e ha sempre esercitato su di me una forte attrazione» spiega la regista. «Il parco stesso è un film: pieno di personaggi curiosi e delle loro storie. Io amo guardare la gente, il modo in cui parla, si muove, reagisce nelle diverse situazioni. E raccontarlo». Quelle narrate nel film sono storie quasi vere, prese dalle vicende di amici, parenti, conoscenti e rielaborate in un affresco vivace e commovente, difficile da dimenticare.

LA.ZOMBIE, di Bruce Labruce, con Francois Sagat

KING’S ROAD, di Valdís Óskarsdóttir, con Daniel Brühl, Gísli Örn Gardarsson