In questi giorni un attacco violentissimo ai diritti dei lavoratori viene mistificato dalla grande stampa nazionale nel segno della necessità di competere purchessia nell’arena globale. Marchionne, il “supermanager” della Fiat, viene presentato come uno dei rari personaggi che porterebbe il nostro Paese nell’Olimpo di un mercato senza altre regole che quella di schiantare gli avversari. Entreremmo così a pieno titolo in uno scenario da Blade Runner in cui sarebbe proiettata senza scampo la politica industriale del nuovo millennio: alla sola idea questo Governo freme e si sente inorgoglire come capita ai parvenues entrati nel salotto buono, non importa se i suoi cittadini più sfortunati dovranno rinunciare a diritti che hanno fatto la civiltà dell’Italia del dopoguerra. Marchionne sarebbe la nuova stella, elogiato perfino da Obama e incompreso da noi per via di quei cocciuti sognatori della FIOM, che pensano ancora che l’umanizzazione del lavoro e la difesa della sua dignità siano i compiti elementari e irrinunciabili per un sindacato di salariati. Manager contro operai: di questi tempi una partita persa in partenza, a meno che…

A meno che ci si metta ben piantati coi piedi per terra e si ragioni sul fatto che Marchionne usa a sua discrezione risorse umane e finanziarie che non sono frutto della sua attività diretta ed indiretta (la Fiat vende sempre di meno e compete sempre di meno in qualità e innovazione), ma che provengono dall’alienazione dal lavoro e dalle tasse dei contribuenti destinate a riparare la crisi che quelli come lui hanno provocato. Da qui, lavoro disumano e finanziamento pubblico fuor di programmazione: si leggano, per comprenderne il peso, gli accordi sindacali di Pomigliano o di Detroit e si quantifichino le autentiche donazioni a fondo perduto che Obama ultimamente ed i governi italiani da sempre hanno elargito alla sua azienda, pur in fase di incessante scorporo e ridimensionamento di attività industriali. E varrebbe la pena di chiedersi come mai sia saltato l’accordo con la Opel, se non perché il sindacato tedesco non ha accettato condizioni di lavoro insopportabili e la cancelliera Merkel ha sollevato obiezioni insormontabili sui costi pubblici per l’operazione. E ci si interroghi ancora sul fatto che il manager italo-canadese, che accusa il sindacato CGIL di essere immobile e antiquato, glissa sul fatto che solo qualche anno fa la Fiat si era opposta con tutte le forze al progetto avanzato all’unanimità in assemblea (senza alcun referendum!) dagli operai dell’Alfa Romeo di Arese, con la proposta di trasformare il vecchio stabilimento in un “Polo di mobilità sostenibile” propulsore indispensabile per la ricerca e l’ingegnerizzazione di nuovi prodotti ecocompatibili. Proprio allora il management Fiat preferì ricorrere alla cassa integrazione (soldi pubblici anch’essi) anziché far proprio un piano ideato dall’Enea sotto la supervisione di Carlo Rubbia e con la prospettiva di reinsediamento di 7000 posti di lavoro nei settori della green economy.

Si vada infine a vedere su Youtube, al link http://www.youtube.com/watch?v=B97sTMZmgcE , il filmato incredibile dell’abbattimento da parte della Fiat, in una sola notte, delle allora nuovissime linee della Panda 4×4 pagate da fondi UE, solo per impedire il rientro in fabbrica dei cassintegrati riammessi al lavoro da una sentenza del pretore del lavoro! Ci si accorgerebbe allora che l’inderogabile arroganza Fiat, alla cui scuola il nostro si adegua, viene da ben più lontano…

Certo, in un’economia sempre più extraterritoriale e in contrasto con la vita, si può, come Marchionne, puntare allo scacchiere internazionale guardando solo al gioco della finanza e al soccorso pubblico. Si possono chiudere così gli occhi su paesaggi noti, luoghi di produzione ricchi di storia, volti con una loro irriducibile identità umana e professionale, braccia con un cervello e piccole o grandi aspirazioni di donne e uomini, che sono la ragione profonda che ha ispirato l’articolo 41 della Costituzione, affinchè l’impresa non diventi nemica della società. Ma, nonostante la piaggeria dei media e la fanfara della propaganda, quando si bypassa tutto ciò si perde di credibilità, si confonde management con business a tutti i costi e, nonostante il maglioncino trendy, difficilmente si può diventare interlocutori per un futuro migliore.