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di Paolo Flores d'Arcais | 5 agosto 2010

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Appello a Vendola e Di Pietro

Cari Antonio Di Pietro e Nichi Vendola, in caso di sfiducia parlamentare al governo Berlusconi la vostra proposta è chiarissima e convincente: subito elezioni democratiche. Dove l’avverbio “subito” è importante, ma davvero decisivo è l’aggettivo: elezioni DEMOCRATICHE. C’è dunque una domanda a cui non potete (non possiamo) sfuggire: nella situazione attuale, e con un governo Berlusconi dimissionario ma in carica per “l’ordinaria amministrazione” (questo significa elezioni subito), le elezioni sarebbero democratiche? Io credo di no. Non sono democratiche elezioni in cui uno solo dei contendenti controlla totalitariamente la risorsa elettorale decisiva, la comunicazione (e l’informazione). Non sono democratiche elezioni in cui, in sinergia con la prima e già decisiva “anomalia”, chi ottiene la minoranza dei voti può avere in Parlamento una maggioranza schiacciante (e oltretutto nomina direttamente i “suoi” deputati e senatori). Lo pensate anche voi, o siete invece convinti che le elezioni sotto totalitarismo televisivo e con la legge elettorale “porcata” sarebbero comunque democratiche?

Non rinunciare a battersi
Perciò, se volete (vogliamo) elezioni DEMOCRATICHE, anziché smaccatamente truccate, dobbiamo prima volere, e ottenere, le CONDIZIONI perché le elezioni non siano una truffa. Primo: la restituzione al pluralismo dell’etere televisivo, bene pubblico per antonomasia – proprio come l’aria che si respira. Che al pubblico pluralismo è stato invece espropriato da Berlusconi, grazie a quella “cricca” ante-litteram che fu il suo sodalizio con Craxi. Secondo: una legge elettorale – sia essa maggioritaria o proporzionale – che eviti le mostruosità dall’attuale “porcata”. Io aggiungerei anche una legge sul conflitto di interessi, che in effetti esiste già dal 1957 ma è stata interpretata alla azzeccagarbugli e andrebbe quindi rinnovata in modo da essere inaggirabile, e l’abrogazione di tutte le leggi “ad personam”. Questi due ultimi provvedimenti sono certamente importanti per una democrazia degna del nome, ma i primi due sono assolutamente imprescindibili.
Sia chiaro: qualora non si riuscissero a ottenere nemmeno le due condizioni minime che ho appena elencato, credo che si dovrebbe comunque partecipare al voto, anche in condizioni di democrazia amputata (gravemente amputata, direi). In condizioni peggiori delle nostre, l’opposizione cilena discusse se partecipare al referendum voluto dal regime di Pinochet o boicottarlo, e per fortuna decise per la partecipazione, e per lo sconfitto Pinochet fu l’inizio della fine.

Ma ciò non toglie che le forze democratiche non possano rinunciare a battersi con tutte le loro forze perché le elezioni si svolgano in condizioni effettivamente democratiche. Una tale rinuncia aprioristica sarebbe davvero paradossale, anzi gravemente colpevole, quanto e più di un inciucio, perché fornirebbe avallo a una situazione peggiore rispetto al peggior risultato che un inciucio potrebbe ottenere. Inciucio, perché non ci siano equivoci, che comunque non andrebbe accettato. Ma a maggior ragione, allora, non si può regalare al regime, senza lotta, addirittura di più: elezioni non democratiche sotto un governo Berlusconi in carica per “l’ordinaria amministrazione”. Né può valere l’obiezione che il ripristino delle condizioni democratiche minime non è obiettivo facile da raggiungere. È difficile, forse difficilissimo. Ma un’opposizione democratica che rinuncia alla lotta ha già rinunciato ad esistere. E difficilmente risorgerà improvvisamente e per miracolo nei giorni delle urne.

Guardare anche al male minore
Neppure può valere l’altra obiezione, che il quadro che avrei delineato è erroneamente drammatico, perché in fondo in queste condizioni abbiamo già votato, addirittura di recente, due anni fa. L’abisso che esiste tra democrazia autentica e totalitarismo compiuto è percorso da infiniti passaggi intermedi, dei quali i democratici più tiepidi e/o più irresponsabili invitano in genere a fidarsi come di “mali minori” che dall’abisso ci salverebbero, mentre invece ce lo avvicinano. L’ultima volta che abbiamo votato la caratura delle condizioni democratiche era già critica, per via della “porcata” e del duopolio Mediaset e Rai lottizzata. Ma lo schifo della lottizzazione è stato superato con gli stivali delle sette leghe dall’accelerazione totalitaria dei mass media ora tutti in mano berlusconiana: minzolinizzazione dell’informazione e uso intimidatorio-terroristico di “inchieste” tipo gli “inquietanti” calzini turchese di un magistrato che fa il suo dovere. Credo sarebbe folle sottovalutare la nuova soglia – varcata da Berlusconi con i suoi ultimi diktat televisivi – verso il totalitarismo descritto nei romanzi di Orwell.
Perciò, cari Antonio Di Pietro e Nichi Vendola, se vogliamo elezioni democratiche dobbiamo volere un nuovo governo, anziché il governo Berlusconi in “ordinaria amministrazione”. Il dilemma non è tra elezioni o governo provvisorio ma tra elezioni democratiche ed elezioni non democratiche. Ovvio che tali, cioè non democratiche, potrebbero restare anche con un nuovo governo. E con ciò arriviamo al grande equivoco: tutti parlano di governo di transizione o governo tecnico, ma ciascuno intende una cosa diversa, in genere ritagliata sui propri interessi “di bottega”, e oltretutto lasciata nel vago, per tenersi le mani libere rispetto ad ogni possibile “inguacchio”: da un governo col Pdl a presidenza Tremonti ad un governo ad egemonia “centrista”.

Condizioni minime di democrazia
Ecco perché, cari Di Pietro e Vendola, credo che dovreste (dovremmo) partire dai contenuti: se deve ripristinare condizioni minime di democrazia, un governo “provvisorio” deve togliere a Berlusconi il maltolto (monopolio televisivo) e dar vita a una nuova legge elettorale. È davvero bizzarro che la prima condizione non venga evocata da nessuno. Ma senza restituire l’etere televisivo al pluralismo non si vede che senso avrebbe un governo diverso dal governo Berlusconi! Sempre elezioni truccate resterebbero, anche con una migliore legge elettorale. In secondo luogo dovreste (dovremmo) accordarci su quale legge elettorale. Maggioritaria o ritorno al proporzionale? Personalmente credo che l’uninominale a due turni, sul modello dell’elezione dei sindaci, sarebbe da preferire: senza quote nazionali residue, e con la possibilità di incorporare al primo turno delle primarie vincolanti (risparmio qui le “tecnicalità” che ho analizzato diffusamente alcuni anni fa). Ma comunque, una gerarchia di preferenze dovreste (dovremmo) averla, altrimenti l’alternativa alla “porcata” rimane una chiacchiera.

Quale governo?
Infine (ma non per importanza): che tipo di governo? Con quali nomi? Un governo di “lealtà costituzionale” CONTRO Berlusconi, senza parlamentari, sembra il più “utopistico”, eppure è l’unico che potrebbe neutralizzare gli infiniti e frammentati “appetiti” che impedirebbero la nascita di un governo a lottizzazione tradizionale. E per presiederlo non mancano certo le figure istituzionali, da un governatore di Bankitalia a un ex presidente di Corte costituzionale.
Naturalmente una proposta di questo genere è una proposta di lotta, non di immediata trattativa con le altre forze politiche. Ma lo si può considerare un difetto? Vuol dire semplicemente che è l’opposto di ogni possibile inciucio, e questo a me continua a sembrare un pregio.
Una proposta di lotta non è inevitabilmente velleitaria o utopistica. Proviamo a pensare a una grande manifestazione nazionale per fine settembre che chieda “elezioni democratiche! fuori Berlusconi, governo di pluralismo televisivo, nuova legge elettorale”. Siete (siamo) davvero sicuri che non potremmo ripetere quanto avvenuto a san Giovanni nel settembre del 2002 e nel novembre del 2009, cioè un milione di persone in piazza? E questo non potrebbe influire su un Parlamento dove non pochi per opportunismo vorrebbero evitare elezioni immediate? E se poi la “soluzione” della crisi sarà diversa da quella per cui la società civile democratica si sarà battuta, non si arriverà comunque al momento del voto (e delle precedenti primarie) con un patrimonio di lotte e di credibilità maggiore?
Mentre limitarsi a dire “elezioni” (evidentemente senza aggettivi), mentre tutte le altre forze politiche manipolano l’opinione pubblica con le ambiguità di un “governo tecnico”, a me sembra comporti assenza e sudditanza, che pagheremmo pesantemente il giorno che comunque si voterà.

Lo spettro della sconfitta
E anzi pagheremo almeno per una generazione. Perché a me sembra che con incredibile cecità si eviti di vedere cosa accadrebbe se Berlusconi vincesse di nuovo le elezioni: non solo ladri e mafiosi al governo e agli affari, Minzolini all’informazione, mignotte di regime ovunque. Ma Berlusconi presidente della Repubblica tra meno di tre anni, e tra nomine presidenziali e di maggioranza parlamentare ben più dei due giudici di Corte costituzionale che bastano ormai a Berlusconi per controllarla. Con il che non saremmo solo alla dittatura a vita di B, saremmo a un regime che strutturalmente gli sopravviverebbe a lungo.
È questo che vogliamo? E di fronte a questo, possono le forze di opposizione continuare a trastullarsi con i piccoli successi elettorali che ciascuna potrebbe lucrare rispetto all’altra, quando questo accadrebbe nell’orizzonte di una democrazia resa un deserto?
Proviamo almeno a discuterne. Subito e soprattutto seriamente.

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