E’ con un comunicato stampa di 1474 caratteri spazi inclusi che il Ministro dell’innovazione Renato Brunetta, ieri, ha annunciato la sua ultima straordinaria iniziativa: l’operazione “Codice Azuni”, un’iniziativa – si legge nel comunicato – “per favorire un dibattito nazionale ed internazionale sulla Governance di internet” utilizzando – prosegue il comunicato – un “metodo non nuovo ma innovativo” (n.d.r.: mi sfugge la differenza ma devo riconoscere che suona bene!).

Azuni, è appena il caso di ricordarlo, è un illustre giurista sardo, nonché Senatore del Regno che Napoleone incaricò di redigere il Codice della navigazione marittima.

Nessun azzardo, quindi, nel tracciare la seguente proporzione: Brunetta sta alla Rete come Napoleone stava (o meglio riteneva di stare perché la storia ne ha poi ridimensionato le ambizioni) ai mari ed agli oceani che lambivano i confini del suo impero.

Sin qui si potrebbe sorridere soprattutto a pensare a come, un bravo vignettista, potrebbe accostare le caricature dell’Imperatore Bonaparte e del Ministro Brunetta, l’uno intento a navigare sui suoi mari e l’altro impegnato a surfare tra i siti internet delle Sue amministrazioni a caccia di stipendi e fannulloni.

Il comunicato, tuttavia, rimanda ad sito creato per l’occasione sotto il dominio www.azunicode.it sul quale è pubblicata quella che è presentata come la “versione beta del Codice Azuni”, ma che, in realtà, non consente di decifrare la natura del documento che, allo stato, certamente, non è la bozza di un Codice, né di comprendere quale sia il reale intendimento del Ministro Brunetta.

Il testo attualmente online si risolve, infatti, in un’introduzione – densa di ovvietà e retorica – di carattere generale sulle origini della Rete e le difficoltà sin qui incontrate nella sua governance seguita da una serie di considerazioni frutto di un cut&paste, non sempre felice, di posizioni assunte in ambito IGF (Internet Governance Forum) ed in ambito europeo, attraverso le quali si individua un elenco non esaustivo di aspetti che, a detta degli autori del documento, andrebbero tenuti in considerazione nell’occuparsi – non è chiaro attraverso quali strumenti – della Governance della Rete.

A questo punto la voglia di sorridere lascia il posto alla preoccupazione.

Ho spiegato qui, più diffusamente – per chi volesse approfondire – le ragioni di tale preoccupazione e, quindi, mi limito, ora, ad un paio di rapide riflessioni.

Il sito www.codiceazuni.it, consente a chiunque voglia di iscriversi ad una mailing list e, nei prossimi 30 giorni, di inviare il proprio contributo “estivo” ai lavori della “Cosa di Azuni” alla quale, a settembre, il Ministro Brunetta intende porre mano.

Si, avete letto bene, ho scritto proprio, trenta giorni perché questa è la durata della consultazione pubblica attraverso la quale “con metodo non nuovo ma innovativo” – come spiega il comunicato stampa – il ministro Brunetta intende raccogliere le opinioni e le segnalazioni di esperti, addetti ai lavori e cittadini interessati sulla Governance della Rete ovvero su di una questione che da oltre 40 anni impegna – con risultati sfortunatamente scarsi – i governi ed i maggiori esperti del mondo intero.

Quella di pretendere di aprire e chiudere una consultazione su un tema ed una questione di così grande rilievo in soli trenta giorni e, come se non bastasse, in pieno periodo estivo è una scelta che “bolla” inesorabilmente l’iniziativa come un’operazione di marketing istituzionale, dettata da finalità auto promozionali o, ancor peggio, dall’intento di poter agire più liberamente a settembre con l’alibi di aver preventivamente ascoltato i cittadini.

A guardarla in questa prospettiva, l’iniziativa, non solo non è nuova – come correttamente riconosciuto dallo stesso Ministro nel comunicato stampa ma, neppure innovativa, corrispondendo, anzi, alla più tipica e tradizionale delle “ipocrisie di Palazzo”: una consultazione-lampo, per pochi addetti ai lavori magari informati telefonicamente dell’urgenza, lanciata in sordina ed in pieno periodo estivo.

Ma veniamo all’aspetto più inquietante e preoccupante dell’intera operazione “Codice Azuni”.

Solo nell’ultimo anno, il Ministro Brunetta è il quarto Ministro di questo Governo che istituisce un tavolo tecnico per individuare regole relative alle “cose della Rete”.

Il primo fu il Ministro Bondi con l’ormai famoso “Comitato tecnico per la lotta alla pirateria digitale e multimediale” la cui presidenza venne – ed è tutt’ora, con scelta di dubbio buon gusto almeno sotto il profilo della terzietà ed indipendenza di pensiero rispetto alle questioni trattate – affidata all’attuale direttore generale della RAI, Mauro Masi.

Anche in quel caso, il Prof. Masi, in conferenza stampa, a Palazzo Chigi, annunciò l’intenzione di chiudere i lavori del comitato e varare una “cosa” – ieri come oggi di contenuto indefinito – entro 60 giorni attraverso un processo – ieri come oggi – “non nuovo ma innovativo” e “bottom up”: la creazione di un forum per raccogliere i contributi degli stakeholders.

Era il 14 gennaio 2009. Ad oltre un anno e mezzo da allora, nulla è accaduto salvo il fatto che, con un colpo di coda – in questo caso pre-estivo – il 10 luglio scorso, il Comitato ha creato, al suo interno, una task force per elaborare – naturalmente in tempi brevi – “una proposta di un codice di autoregolamentazione tra i soggetti operanti in ambito digitale…mirata a contrastare il fenomeno della pirateria”.

A seguito del lancio dell’ormai celebre statuina contro il Premier Silvio Berlusconi e del costituirsi su Facebook di una serie di gruppi pro ed anti vittima ed aggressore, fu poi la volta del Ministro Maroni che il 23 dicembre 2009 – anche in questo caso in tutta fretta ed a qualche ora dalla vigilia di Natale – convocò gli stakeholders – o la più parte di essi – attorno ad un tavolo per scrivere, a più mani, la bozza di un codice di autoregolamentazione per evitare che certe condotte in Rete rimanessero impunite e garantire una più elastica governance di certe dinamiche telematiche rispetto a quella assicurata dalle leggi dello Stato.

Anche in quel caso tanto rumore per nulla.

Alla convocazione del tavolo ed all’indicazione del Ministro di voler concludere i lavori in tempi brevissimi seguì – per fortuna – un lungo silenzio ed un periodo di assoluta inattività giacché il Palazzo si lasciò, come di consueto, assorbire dalle consultazioni elettorali di primavera.

Superata la pausa elettorale, quindi, toccò al viceministro Romani, raccogliere l’eredità del Ministro Maroni e convocare, nuovamente – questa volta era il 12 maggio 2010 – tutti gli stakeholders, per discutere – in questo caso – addirittura una bozza di codice di autoregolamentazione – benché scritto nelle segrete stanze del Ministero delle comunicazioni – relativo alla tutela della dignità della persona sulla Rete Internet.

Anche in quel caso, l’imperativo categorico fu quello di inviare osservazioni e indicazioni di modifica sulla bozza nello spazio di qualche settimana ma, anche in quel caso – per fortuna – il Palazzo venne poi distratto da questioni ritenute “più serie” – ovvero dal tormentato iter del DDL intercettazioni – rispetto alle “cose della Rete” ed il tutto si concluse con un nulla di fatto.

Ora è la volta del Ministro Brunetta che, come nelle più tradizionali storie italiane, scommette e rilancia di dettare – non è chiaro come – le regole per la governance della Rete– e non già solamente per un singolo aspetto, all’esito di una consultazione pubblica di appena 30 giorni ed in piena estate.

Quattro ministri, quattro “cose” per regolamentare la Rete o singoli aspetti della convivenza in Rete, quattro tavoli o commissioni tecniche, quattro consultazioni e, sempre, una costante: la fretta, l’emergenza e poi, inesorabilmente, il silenzio.

E’ la totale assenza di coordinamento tra Ministeri fisicamente distanti qualche centinaio di metri l’uno dall’altro, la mancanza assoluta di una politica dell’innovazione del Governo (n.d.r. nel pubblicare la “non” versione beta del Codice Azuni, il Ministro Brunetta ha avvertito l’esigenza di imputare, ipocritamente, il contenuto della stessa al tavolo tecnico da lui istituito piuttosto che al Governo!) e, soprattutto, l’incoerenza tra i buoni propositi manifestati in queste occasioni circa l’opportunità di avvicinarsi alle cose della Rete con un approccio multistakeholders e la sconsiderata e continua produzione di leggi, leggine e regolamenti anti-Rete a lasciare di stucco.

Troppi aspiranti Napoleone e troppi aspiranti Azuni mentre, all’orizzonte, non si scorge nessuno – almeno nel Palazzo – capace di delineare una polica dell’innovazione seria, moderna ed idonea a guidare il Paese fuori dalla crisi nella quale è precipitato anche per colpa dell’assoluta incapacità di guardare al futuro e di sfruttare le straordinarie potenzialità della Rete per qualcosa di diverso che la pubblicazione su un sito internet dei video auto promozionali o del nostro Premier o del ministro di turno.