All’uscita della proiezione di Au fond des bois, il film di Benoit Jacquot che ha aperto il 63°Festival del Film di Locarno, raccontavo a un collega che il mio amico napoletano Pio avrebbe sicuramente classificato la pellicola come «nu cazz’e film franciese». Non una valutazione negativa, piuttosto una constatazione, la presa d’atto di un genere. Antonello, il collega, ha capito al volo e ha raccontato a sua volta un aneddoto. Negli anni Sessanta, nelle sale di periferia dove si proiettavano due film per duecento lire e dove si andava per il cinema prima ancora che per i film, capitava di entrare senza nemmeno sapere che cosa si sarebbe visto. Così un pomeriggio, dal buio e dal fumo della sala, dopo le prime inquadrature emerse un lamento in puro vernacolo milanese: «Ossignur, l’è un film frances!». Cioè a dire:  amour fou, possessione, baratro. Ma, in questo caso, conditi dall’ipnosi e coronati da un happy end quasi hollywoodiano. La trama è tratta da una storia vera, o meglio dagli atti giudiziari del processo intentato a fine ottocento nel Sud della Francia contro tale Timothée Castellan, un giovane vagabondo condannato per il rapimento e la seduzione di una ragazza della buona borghesia. Un atto consumato, qui sta il bello, con l’arte dell’ipnosi. Da questi scarni elementi, Jacquot ha montato l’ennesima variante su l’amour fou e la sua genesi. Joséphine (una convenientemente straniata Isilde Le Besco, musa del regista anche nel discusso Sade) segue in trance Thimothèe (l’attore argentino Nahuel Perez Biscayart), rapita dai suoi occhi e dai suoi gesti, non certo dalla sua forza. Ma dove finisce l’ipnosi e dove comincia la passione carnale? E non è ipnosi l’innamoramento stesso, che ci fa vedere l’oggetto del desiderio affatto diverso da quello che è nella realtà?

Diceva Lacan: «Amore è dare qualcosa che non si ha a qualcuno che non lo vuole». E, come afferma il regista, il film è lo sviluppo di questa massima lacaniana. Noi, più modestamente pensiamo che l’amore, certo, è qualcosa che ha a che vedere con la magia, l’ipnosi, a volte purtroppo la violenza. E, talvolta, con la stupidità. Ne sanno qualcosa quegli italiani che, caduti innamorati di Berlusconi, solo ora si stanno risvegliando dal torpore in cui erano stati indotti dalle parole del grand sorcier.