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Archivio cartaceo | di Malcom Pagani | 4 agosto 2010

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Io, Elvira e l’ombra di Sciascia

Ferdinando Scianna omaggia l'editrice: 'Rivoluzionò l'isola'

Guardavano la storia e nella storia, musulmana, romana, bizantina e di chiunque altro fosse sbarcato per poi andare via, volevano rimanere. Elvira Sellerio e Leonardo Sciascia, di fronte alle possibilità di un’isola, non fuggirono. E oggi, che a 74 anni, la prima saluta il mondo al termine di una malattia tenuta tra le pieghe del pudore raggiungendo il secondo, ricostruire i frammenti di discorso amoroso che permisero il sogno intellettuale e concretissimo di una casa editrice che a migliaia di chilometri da Milano, in Via Siracusa a Palermo, proponeva un proprio modello culturale senza compromessi, è tutto tranne che un esercizio inutile. “Inventarono, dal nulla, un miracolo”. La sintesi di uno dei più importanti fotografi del mondo, Ferdinando Scianna, 67enne, apolide di Bagheria, trascinano indietro. Alla Sicilia ventosa del 1969, l’anno in cui Elvira Sellerio trasformò l’autunno caldo in un soffio di cambiamento. Amico di Berengo Gardin, Borges e Cartier Bresson: “Ma il più caro fu Leonardo”. Scianna fu testimone a colori – “Proprio io che ho sempre sostenuto di pensare e guardare soltanto in bianco e nero” – dei primi incoscienti passi di un’impresa che amici e nemici, equamente, sconsigliavano. “Vi schiacceranno”. Si sbagliavano. Sellerio, con la copertina blu e il volume inversamente proporzionale al valore delle opere, è ancora lì. Più forte della vita, meno crudele della morte. L’autore de “Il giorno della Civetta” e Gesualdo Bufalino, Camilleri e Canfora, riflessioni, provocazioni, prodigi. Scianna vide. Ora racconta.

Cosa rappresentò Elvira Sellerio?
La casa editrice era il suo sogno. Con Leonardo parlava spesso del fatto che c’era stata una stagione importante dell’editoria siciliana e di quanto fosse fondamentale rinnovarla.

Leonardo ed Elvira, soli contro l’establishment.
Quando era a Caltanissetta, Sciascia collaborava con un editore indigeno, omonimo, ma non parente. Faceva una rivista in cui pubblicava Pasolini. Con Sellerio adottò lo stesso criterio. Per Elvira, fin dal princìpio, Leonardo diede tutto e ogni sforzo compì. Scriveva qualunque cosa. Anche i risvolti di copertina.

Anche quelli?
Mi creda. La nascita di Sellerio fu un evento a cui dedicò una passione straordinaria. Notte e giorno, senza risparmio.

Ricorda gli inizi?
Mediati dal racconto di Leonardo. Elvira la incontrai qualche volta, ma Sciascia non mi teneva a digiuno di particolari. Come tutti gli avvii, anche quello di Sellerio fu complicato e difficoltoso.
La prima volta che si videro, lui timida, lui sulle sue, parlarono di letteratura. Pasternak, il Dottor Zivago.
Lui era già Sciascia, lei non ancora Elvira Sellerio. Leonardo le offrì intuizioni considerevoli ma lei sapeva bene cosa fare. Recuperava reliquie dai cataloghi di libri perduti, sconosciuti, oppure pubblicati e poi dimenticati.

Esempi?
Mi ricordo che riuscì a far diventare un piccolo bestseller la grammatica siciliana.

Il rapporto tra Sciascia e Sellerio. Due introversioni allo specchio.
Sellerio fu un cenacolo intellettuale, nella miglior accezione del termine. Leonardo era un uomo di circolo. La mattina scriveva e poi nel pomeriggio raggiungeva la piazza. Lì vibrava il cuore del paese. Letteratura, facce, persone.

Sellerio fu la sua piazza palermitana?
Esattamente. A un certo punto, anche la Sellerio divenne una sorta di agorà. Una terra di mezzo in cui si incontravano visioni, si analizzava il mondo, e si verificava senza preavviso, il circuito virtuoso delle idee.

Una bella cosa.
Come dovrebbero essere lecase editrici e come non sono più da tempo.

A Sciascia, Sellerio piaceva.
Per me una casa editrice è solo il metro che mi dà la misura dell’episodicità delle relazioni. Ho un libro, chiedo di pubblicarlo, consegno il materiale. Per Elvira e Leonardo, era diverso. Sarà stata la Sicilia di quegli anni o il verificarsi di tutte le condizioni ideali. Ma Sellerio era speciale.

Speciale come?
Piccola, libera, coraggiosa. Come sempre sono le imprese quando nascono.

Lei è stato in India, In Africa, in Bolivia. Nella Sicilia in cui Elvira Sellerio scelse di fermarsi, le capita mai di tornare?
Non la biasimo e anzi, ho capito la sua scelta. Sa come sono queste cose? Uno abbandona con propositi non concilianti: “Non mi rivedono neanche morto” e poi invece ci ripensa. Non c’è niente da fare. La mia formula? Da 40 anni tento di divorziare dalla Sicilia e quella non ne vuole sapere.

Sellerio era anche sinonimo di conduzione femminile.
Il bastone del comando era tenuto dalle donne e in quelle stanze, la letteratura sembrava fosse un privilegio quasi esclusivamente femminile. Un’anomalia paradossalmente molto sciasciana.

Non mi dica.
Sciascia oltre ad essere siciliano fino al midollo, era anche un genio. Prenda la sua passione letteraria per Maria Messina. Leonardo era generoso. Elvira Sellerio ne avrà sicuramente rafforzato le convinzioni.

Siciliano ma non cieco.
Non ignorava quella che era stata la condizione drammatica della donna nella cultura e nella vita siciliana. Aveva una sensibilità straordinaria, per queste cose, Sciascia. Elvira gestiva la casa editrice con molta perizia e tenacia, e non credo che scegliere delle ragazze per condurre la nave anche nelle difficoltà, rappresentasse una trovata per dispiacere Leonardo.

Lei conobbe Sciascia a 20 anni.
Ogni tanto ci incontravano per strada e gli chiedevano: “e’ suo figlio?” e io, per toglierlo dall’imbarazzo: “No, mi è bastato mio padre”.

Baldassarre. Un uomo duro, all’antica.
Gli confessai che volevo fare il fotografo e lui mi disse: “Di che si tratta esattamente?”. Non seppi spiegarglielo. Era troppo misterioso. Senza volerlo, papà mi aveva dato i mezzi per spandere tra noi l’incomunicabilità.

Amava le complicazioni?
Prenda “Todo modo”. Anche oggi, a distanza di quasi 40 anni, è un libro che fa paura.

Non solo.
E’ anche l’istantanea dell’ambiguità dell’universo intellettuale italiano nei confronti di Sciascia. Lo utilizzano ma non lo risolvono. Lo trattano come un sociologo. Invece Leonardo valeva Dostoevskij. Certe sue riflessioni sul male, le ritrovi solo in “Delitto e castigo”.

Cos’era esattamente la Sellerio?
Il contrario di una casa editrice militante. Una grande comune in cui ragionare di cultura. Un altra maniera di intendere il rapporto con la scrittura, con la società, con la vita.

Possibilità tramontata?
Non è colpa di nessuno ma temo di sì. Allora, fu l’ultima stagione in cui un’ipotesi del genere fu percorribile.

E uno Sciascia esiste ancora?
Non ci sono più i maître à penser , nella realtà italiana e nella cultura, quel tipo di ruolo è difficile da svolgere. A me, che ero un ragazzino di enciclopedica ignoranza, insegnò tutto. Anche l’incontro con Elvira Sellerio, credo, si svolse all’insegna di un’estrema naturalezza.

Lavorò fino alla fine?
Anche quando era a Milano, malato, Leonardo faceva il direttore editoriale. Arrivavano signori incravattati, dirigenti delle case editrici e lui: “Quel libro bisognerebbe riprenderlo”. Tutti a prendere appunti. Di corsa.

Con lui a Parigi, conobbe avventure formidabili.
Una volta mi chiese se avessi mai visto dei film pornografici. Negai e gli risposi: “Ci sono delle sale consacrate al tema”. Andammo, rimanemmo un quarto d’ora. Mi guardò sconsolato: “ce ne andiamo?”. Uscimmo.

Fu deluso?
Profondamente. Dal fatto che un mistero come l’eros, un ambito che non aveva bisogno della conferma di Freud per rivestire la sua importanza fosse così banalizzato da un punto di vista letterario. La finzione della passione lo agghiacciò: “In quella sala, il vero spettacolo osceno eravamo noi”. L’oscenità stava nel trasformare la pulsione in merce.

La curiosità dei 20 anni le è rimasta addosso?
Io invidio gli 80 anni di Berengo Gardin. La sua tenacia, la molla dell’esistenza sempre tesa. Io non ce l’ho più. Faccio solitari con le carte che ho messo insieme negli ultimi 45 anni. C’è un certo disincanto, ma è anche una questione fisica.

Si spieghi.
La fotografia per me è stata una faccenda legata al corpo. E il corpo, purtroppo, se ne va.

La descrivono riottoso alle celebrazioni.
Sciascia suscitava anche atteggiamenti di devozione anche ridicoli, per questo io non ho mai voluto partecipare ai rituali, ai club degli amici. Quando me lo chiedono, li gelo: “Sono un amico di Sciascia, ma senza tessera”.

Non ce n’era bisogno.
La nostra fu un’amicizia, non un amore. Una cosa più importante. Un vero e proprio miracolo. Nell’amore c’è sempre un interesse, qualcuno che ti vuoi portare a letto. Lo scambio delle chiavi della coscienza, invece è meraviglioso, finché non ti fanno quella porcheria che Sciascia mi ha riservato. Morire.

da il Fatto Quotidiano del 4 agosto 2010

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