“Insurance”, assicurazione. Così si chiama l’ultimo file  di 1,4 Giga pubblicato su Wikileaks. Il sito fondato da Julian Assange, punto di riferimento mondiale per la pubblicazione di documenti di intelligence top-secret, per alcuni è la “Cia del Popolo”; per altri, come ha scritto ieri il Washington Post “un’associazione criminale che va chiusa immediatamente”.

L’attività dell’hacker Assange è tutta politica: la sua battaglia per la libera circolazione delle informazioni è anche una campagna pacifista per mostrare al mondo le prove di vittime innocenti, accordi sottobanco e “danni collaterali” che si nascondono dietro la retorica dell’Enduring Freeedom. Il file online, protetto da una password, è un’assicurazione sulla sua vita: se dovesse succedergli qualcosa, o se Wikileaks venisse chiuso d’imperio, la chiave per aprire la mole di documenti verrebbe diffusa sul Web aprendo così un vaso di Pandora dal quale, come la valigetta di Pulp Fiction, nessuno sa cosa potrebbe uscire (paradossalmente anche nulla).  Tra i tanti nemici che l’hanno giurata ad Assange, c’è naturalmente l’ex comandante in capo George W. Bush. E non è un caso che l’editoriale di ieri sul Washington Post: “Wikileaks va fermato” sia stato firmato da Marc A. Thiessen, già ghost writer dell’ex presidente. “Wikileaks va chiuso con la forza – scrive sul Wp – ha le mani sporche di sangue e mette a repentaglio la vita di innocenti”. Non solo: “Il danno alla nostra sicurezza nazionale è immisurabile e irreparabile”.

I documenti pubblicati online, inoltre, andrebbero  tolti dalla circolazione e Assange, arrestato, anche se non è un cittadino americano. Internet è  diventato il nuovo fronte della battaglia geopolitica. Gli hacker idealisti, per ora,  sembrano meglio posizionati dei fautori della “ragion di Stato” in quanto  ex collaboratori  di Bush”.