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Blog | di Guido Scorza

30 luglio 2010

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Sprechi di Stato: il caso Siae

L’Istituto Bruno Leoni ha pubblicato nei giorni scorsi uno Studio sui costi e le inefficienze generate dal monopolio della SIAE nel nostro Paese.

E’ una lettura davvero stimolante che conferma – con metodo scientifico – considerazioni, sensazioni ed impressioni ormai diffuse da anni.

Il monopolio della SIAE – Società italiana autori ed editori – sul mercato dell’intermediazione dei diritti determina, per il nostro Paese, uno spreco di oltre 13 milioni di euro l’anno, spreco che potrebbe essere agevolmente eliminato o, almeno, ridotto, liberalizzando il mercato e, dunque, cancellando l’anacronistico monopolio dell’Ente presieduto dal Prof. Assumma.

La conclusione – come anticipato non originale – riposa, però, questa volta su solide fondamenta scientifiche rappresentate da una puntuale analisi della struttura pachidermica della SIAE (1400 dipendenti per l’amministrazione di circa 85 mila artisti il 65% dei quali – queste sono parole dello stesso Presidente Assumma – alla fine dell’anno percepisce in ripartizione dei diritti meno di quanto versa all’ente per la quota di iscrizione ) e su una comparazione con quanto accade all’estero.

L’inefficienza della SIAE rispetto, ad esempio, alla Inglese PNR è giudicata, nello studio dell’Istituto Bruno Leoni, ancor più grave in ragione del fatto che quest’ultima è agevolata da tutta una serie di previsioni di legge che impongono – con previsioni parafiscali – il pagamento di importi che costituiscono una quota rilevante del totale raccolto dall’ente.

Sono cifre che, specie in tempi di crisi e tagli al settore della cultura, non possono non far riflettere.

La SIAE, ogni anno, incassa 70 milioni di euro quale corrispettivo delle anacronistiche pecette adesive (meglio noti come contrassegni SIAE) che occorre applicare su tutti i supporti contenenti opere musicali e cinematografiche distribuiti in Italia.

Un obbligo che, allo stato, vige esclusivamente in Portogallo e Romania.

La stessa SIAE, grazie ad un nuovo “regalo” fattole lo scorso 30 dicembre, a mezzo decreto, dal Ministro Bondi, inoltre incasserà, nel 2010, circa 100 milioni di euro a titolo di c.d. equo compenso per copia privata.

Per i non addetti ai lavori, si tratta dell’importo – che è difficile non definire tassa o balzello – che chi commercializza e/o importa supporti e/o dispositivi anche solo astrattamente idonei alla registrazione di suoni o immagini è tenuto a pagare a SIAE per indennizzare – o almeno questa è la giustificazione sulla quale la norma riposa – i titolari dei diritti d’autore del pregiudizio – solo ipotetico – da questi ultimi sofferto per effetto dell’esecuzione da parte dei consumatori di una copia privata – peraltro legittima – di una determinata opera.

Al riguardo occorre essere chiari: l’equo compenso non indennizza in alcun modo gli autori del c.d. danno da pirateria ma solo ed esclusivamente delle minori vendite dovuto all’esecuzione da parte dei fruitori legittimi delle opere di una copia privata.

Così, in Italia, ogni volta che si acquista un CD, un DVD, un telefonino, un ipod, un pc, la memoria per una macchina fotografica o qualsiasi altro supporto, il consumatore si ritrova a pagare un prezzo più alto per rimborsare il venditore del balzello dovuto alla SIAE.

Ha ragione, dunque, l’Istituto Bruno Leoni a trovare sconcertante l’inefficienza della SIAE posto che – senza voler spingere oltre l’analisi – già dalle poche battute che predono emerge come 170 milioni di euro dei 500 raccolti da SIAE pervengano all’ente con uno sforzo di gestione e recupero, certamente sussistente ma davvero modesto.

Analogo stupore si legge tra le righe dello Studio dell’Istituto Bruno Leoni a proposito delle tariffe di iscrizione all’Ente: in Inghilterra iscriversi alla PRS costa 10 sterline l’anno mentre SIAE pretende 128, 52 euro di iscrizione più 89,70 euro di quota annuale.

Difficile leggendo questi numeri continuare a sostenere che questo sia il sistema più efficiente possibile per tutelare i diritti e gli interessi di autori ed artisti e, quindi, della cultura italiana.

Scrive, al riguardo, l’Istituto Bruno Leoni, nel suo Studio: “sorge il dubbio che le alte fee siano la diretta conseguenza del carattere corporativistico della SIAE, associazione che difende gli interessi dei soggetti già iscritti, con la tendenza a chiudere le porte ai nuovi entranti”.

Ecco qualche altro numero tratto dallo Studio che fa riflettere: “Prendiamo ad esempio una serata in un club inglese cui presenzino 500 persone. Stan- do alle tariffe applicate dalle due società di intermediazione, l’esborso per il pagamen- to dei diritti d’autore sarà di 71,18 sterline (PPL) + 33,28 sterline (PRS), ossia 104,46 sterline (117 euro). Una discoteca della penisola, supponendo che mediamente ogni cliente spenda tra biglietto di ingresso e consumazioni 20 euro, dovrebbe versare alla Siae 1000 euro, quasi nove volte la spesa sostenuta dal club londinese”.

Questa la conclusione dello Studio dell’IBL che condivido e sottoscrivo: “Le inefficienze della Siae si river- berano sui consumatori, costretti a pagare di più lo sfruttamento dei diritti d’autore, e sugli autori, che non possono ricevere una parte consistente dei compensi introitati in relazione alle proprie opere”.

Non è detto che la liberalizzazione del mercato dell’intermediazione dei diritti d’autore rappresenti la panacea di tutti i mali della cultura nel nostro Paese ma è fuor di dubbio che il monopolio della SIAE è un lusso inutile che il Paese – specie in un momento di crisi come questa – non può e non deve permettersi.

Al Senato è pendente dal febbraio del 2009 – ma naturalmente il suo esame non è ancora neppure iniziato – un disegno di legge volto a rimuovere definitivamente il monopolio della SIAE.

Occorre accelerarne senza indugio l’esame a pena di perdere il diritto di ergersi – come troppo spesso si è fatto negli ultimi mesi – a difensori del mondo della cultura italiana.

Non ci si può lamentare di tagli a finanziamenti e contributi per lo spettacolo se si tollera che, ogni anno, milioni e milioni di euro vadano triturati e sprecati in un pachiderma economicamente ed amministrativamente inefficiente.

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